Intelligenza collettiva

L’epilogo di questa vicenda, l’elezione del capo dello stato, mostra forse che ha prevalso una intelligenza collettiva, quella di una base elettorale che, visto che i capi non riuscivano a trovare un accordo, ha maturato una scelta via via cresciuta numericamente e che è apparsa alla fine come risolutiva, quella di lasciare le cose come stanno senza spostare i due architravi del sistema per paura che tutto l’edificio crollasse.

Anche questa scelta della base è probabilmente stata pilotata o alimentata da membri del parlamento che hanno lavorato parlando con coloro che erano contattabili anche al di fuori degli steccati esistenti tra i gruppi politici strutturati. La pandemia e le norme anticontagio hanno certamente reso più difficile la maturazione dal basso di una scelta condivisa poiché la chiacchiera libera e confidenziale è difficile se devi usare i social o devi rincorrere il collega in giro per l’Italia. Tuttavia la difficoltà a sviluppare pensieri condivisi, una intelligenza collettiva, è legata anche alla rete di rancori e pregiudizi che si sono accumulati nel tempo. In questo Parlamento la gente non si parla e parla poco con i colleghi dell’altra parte e ciò non facilita lo sviluppo di idee intelligenti condivise. Non posso non ricordare che all’inizio della loro entrata trionfale nell’assemblea, i grillini non rivolgevano nemmeno il saluto ai deputati e senatori veterani, ricordate il trattamento riservato alla Bindi o a Bersani incaricato di formare il governo?

Il misero spettacolo di una assemblea che attende le disposizioni di alcuni leader dall’esterno senza poter esprimere in pubblico le proprie idee o i propri ragionamenti è la negazione del fondamento della democrazia che presume che nel foro, nella piazza, sia possibile sviluppare convincimenti e atteggiamenti di gruppi omogenei e aperti al dialogo.

La stupidità delle guerre

I mille grandi elettori sono stati usati come piccole armate per una guerra di posizione e di logoramento da condottieri, nobili, generali, ufficiali, sergenti e caporali. Per anni la cittadella assediata si era illusa che i creditori si fossero ormai dileguati, al re Giorgio era succeduto re Sergio, un nobile normanno dalla candida chioma e dagli occhi azzurri che aveva retto per sette anni con polso fermo ma con modi gentili la cittadella in cui si era visto di tutto. Henry, il conte di Read, era andato in esilio a Lutezia dopo la vittoria di Mattia il gradasso ma lo stesso Mattia era caduto in disgrazia e integrava il misero stipendio da senatore della cittadella sedendo come saggio alla corte di un grande re arabo. L’esercito era guidato dal Beato Mario da Francoforte la cui sola presenza aveva assicurato l’arrivo di ricchi rifornimenti di viveri, oro e danaro dall’imperatrice che regnava a Brucsellia. L’assemblea dei rappresentanti della cittadella doveva eleggere il nuovo re alla fine del mandato di re Sergio ma le fazioni erano così abituate a azzuffarsi direttamente che per evitare spargimenti di sangue i capi delle fazioni si incontravano in conciliaboli segreti e notturni per trovare un accordo e designare un nuovo re all’altezza della situazione: sì la scelta non era facile perché oltre alla questione del grande debito che la cittadella aveva contratto con il mondo esterno c’era ancora in giro una grave epidemia di peste, bisognava organizzare la ripartizione degli ingenti aiuti che sarebbero arrivati da Brucsellia, far fronte all’aumento del prezzo della legna da ardere per riscaldare le case e cucinare, proteggere tutto il contado da future catastrofi naturali derivate dallo stravolgimento delle stagioni. Vecchi protagonisti di un tempo erano ancora sulla scena, Silvius barone di Arcore, il suo giullare Grillus, il conte di Read che da qualche anno aveva preso le redini della fazione DEM, Mattia il gradasso che ormai faceva il battitore libero. Una guerra sottotraccia non poteva generare una intelligenza collettiva nell’assemblea ma solo stupidità: in guerra per danneggiare il nemico troppo spesso non si valuta il danno che si potrebbe subire. Chi ha avuto l’oscar della stupidità è stato il caporale di giornata Matteo il pio che con mosse avventate e improvvisate ha bruciato donna Letizia da Mediolanum, la principessa Elisabetta Vien dal Mare e infine la plenipotenziaria Elisabetta da Farnesina. Pressati dai facitori di opinioni e dall’imminenza della giostra canora prevista nella città dei fiori, i capi fazione si arresero adottando la soluzione più semplice quella che almeno trecento grandi elettori avevano indicato dal basso: confermare il re Sergio per altri sette anni e tutto lo stato maggiore dell’esercito governato da Beato Mario da Francoforte.

Situazioni caotiche

Scusate questa digressione, forse sono fuori di testa. I miei vecchi lettori non si saranno meravigliati troppo se mi avevano già letto durante altre fasi politiche in cui la complessità delle scelte e la gravità dei rischi erano forse peggiori di quelli attuali. Sono andato a rileggermi alcuni degli articoli della saga della cittadella assediata e ho ritrovato che le strategie di Letta non sono cambiate molto. Se Salvini avesse letto ciò che scrivevo 8 anni fa sulle strategie di Letta non sarebbe finito nell’ennesima trappola. Salvini si illudeva di poter dirigere e orientare una situazione caotica del Parlamento in questa fase della vita del paese ma non era possibile totalizzare a priori una maggioranza significativa e, qualsiasi fosse stata la scelta, l’incognita del voto segreto doveva convincere i capi delle fazioni che le loro scelte avevano un effetto debole, incerto sul risultato effettivo; trovato il miglior personaggio inattaccabile sulla carta, la certezza dell’esito era una chimera. La sera in cui sembrava, tra il tripudio generale, che la dott. Belloni fosse la soluzione del problema, una persona che aveva tutti i requisiti per essere votata determinando anche l’euforia di Mentana e dei suoi ospiti della maratona televisiva, io immediatamente mi sono detto che sarebbe stata impallinata proprio perché donna capace e in gamba, i mediocri e le mediocri avrebbero colpito e affondato la proposta. Renzi ha cavalcato la tigre risparmiandoci uno stillicidio di votazioni inutili adottando uno schema di gioco identico a quello che aveva affondato Marini. Ricordate? Renzi disse: ‘io sono cattolico ma non voglio che Marini venga eletto perché cattolico’. Ora Renzi e tanti altri: ‘io sono femminista ma non voglio che la Belloni diventi presidente perché donna”. Sta di fatto che il caporale di giornata Matteo il pio ha dovuto rinunciare nel giro di una notte e ripiegare con un po’ di amarezza sull’usato sicuro di Mattarella.

Come uno stormo di uccelli migratori che si muovono caoticamente in modo imprevedibile ma che a fine giornata ritrovano i luoghi per passare la notte senza avere capi e leader riconosciuti, osservando e imitando il movimento dei compagni di viaggio più vicini, il parlamento ha alla fine scelto di confermare Sergio il normanno dalla bianca chioma, dagli occhi azzurri, dal volto un po’ più triste perché desiderava qualche anno di meritato riposo. Scelta intelligente? Vedremo, la storia ce lo dirà … per ora a me sembra un scelta cinica … ma forse la migliore tra quelle possibili.



Categorie:Politica

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2 replies

  1. Straordinario, bellissimo, come un romanzo cavalleresco e anche come una narrazione scientifica,
    vista la metafora dell’intelligenza collettiva che per molti giorni abbiamo temuto che non si sviluppasse
    perché meglio dei parlamentari stavano operando le api, gli storni e anche i virus.
    Nobile scritto, onorevole, può essere letto da chiunque e anche pubblicato, secondo me:
    I migliori complimenti, Raimondo

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