Della scuola non si parla

Qualcuno lamenta che il problema della scuola rimanga in ombra in questa fase del dibattito politico. E’ vero. Una questione di fondo può diventare una priorità per risolvere una emergenza?

Riporto anche qui la mia risposta al post che ho citato.

Caro Paolo, questa volta devo dissentire. Non perché le cose che racconti non siano vere, quella scuola di cui parli l’ho vista perché ci sono stato preside per 3 anni ma perché quella particolare situazione dell’edificio non rappresenta la scuola italiana. Sono reduce da un giro in 20 scuole scelte a caso da Napoli a Milano per un monitoraggio di qualità di una indagine OCSE e, sebbene abbia avuto pochissimo tempo per vedere in profondità, ho cercato di osservare tutto quanto poteva aiutarmi a rispondere alle mille domande che una persona che ha passato la vita dentro la scuola continua a porsi anche quando si gode la pensione.

E’ fuorviante, lo dici anche tu quando parli del programma 5 stelle, ridurre il problema della scuola all’aumento delle risorse materiali, alle condizioni ambientali, al numero dei docenti da arruolare. Parlare ora dello stato materiale dei muri e dei banchi significa rafforzare l’idea che ‘tinteggiando’ metaforicamente la scuola si attivi l’economia, si generi lavoro si preparino nuove generazioni adatte al nuovo mondo globalizzato, si risolva i problema del precariato. Insomma con qualche miliarduccio in più ci si lava solo le mani e la coscienza.

So bene che non è la tua tesi ma il rischio che l’incipit del tuo pezzo porti a questa conclusione è forte.

Una cosa che ho sempre osservato durante il mio giro sono stati gli edifici. Ce ne sono di tutti i tipi, splendidi e ben tenuti, poveri e fatiscenti, poveri e dignitosi, funzionali ed accoglienti. Le differenze dipendono molto dal contesto territoriale. E’ da sempre che le amministrazioni locali gestiscono queste risorse ed è evidente, checché ne dicano i leghisti che reclamano di tenersi il proprio gettito, che le risorse  non solo sono amministrate in modo diversamente efficiente ma hanno probabilmente una diversa consistenza a seconda del livello di ricchezza della regione di appartenenza. Insomma temo nuovi piani straordinari indifferenziati che non valorizzino l’esistente ed in particolare non tengano conto dell’autonomia scolastica che va riducendosi invece di potenziarsi. Ad esempio nella discussione sull’abolizione delle province non si dice come potrebbe essere gestita meglio la competenza che riguarda la gestione degli edifici scolastici delle scuole superiori.

Venendo al cuore del problema, quale scuola per questa società, quali colpe abbiamo noi uomini di scuola se la società è diventata così, mi permetto di citare me stesso, di citare il saluto che facevo ai nuovi studenti del primo anno che riportai nel mio primo intervento da preside al collegio  docenti della scuola di cui parli. DOVE CI TROVIAMO? IN UN CARCERE? IN UNA CASERMA? IN UNA FABBRICA? IN UN UFFICIO? IN UNA DISCOTECA? NEL PAESE DEI BALOCCHI? No. Ci troviamo in una SCUOLA dove DEI GIOVANI APPRENDONO INSIEME … CON L’AIUTO DI ADULTI per diventare DEI CITTADINI LIBERI, COLTI, CON UN BUON LAVORO. Questo era il mio ‘programma politico’ da preside che mi portava a ritenere che ormai il modello di scuola che si era consolidato nel tempo, un misto di carcere, ufficio, caserma, fabbrica, discoteca e paese dei balocchi non fosse più adeguato. Anche la scuola andrà incontro a sorprese e novità, imposte dalle tecnologie da un lato e dai limiti dello sviluppo dall’altro. Ma non è una questione da governo Letta, temo.

Non mi accusare di benaltrismo se dico che la questione che poni è più profonda del livello politico che occupa le nostre chiacchiere in rete.

Mi permetto di segnalare due punti sempre legati alla mia recente esperienza. Il primo riguarda i docenti e il secondo pure, i docenti come ‘casta’ a cui è assegnata dalla società una funzione.

Nel 2007 assunsi la presidenza venendo da una lunga esperienza all’Invalsi, fuori dalla scuola militante,   e dedicata anche a progetti di ricerca internazionali. La cosa che mi colpì di più fu la sindacalizzazione della categoria dei docenti, tutto era ed è rigidamente disciplinato da contratti interni in cui occorre amministrare e controllare la gestione di risorse economiche e di tempo. La burocrazia delle relazioni sindacali è l’occupazione di maggiore responsabilità di un preside che è visto come un datore di lavoro. Ovviamente ciò, la formalizzazione e la difesa dei diritti individuali dei lavoratori, era un ostacolo ad una visione duttile e evolutiva di organismi che dovrebbero avere  come DNA il respiro della trasformazione e dell’adattamento.

Il secondo problema che vidi emergere, e di cui non mi ero mai reso conto fino in fondo, fu la disgregazione delle famiglie e il dissolvimento della figura paterna. Moltissimi problemi disciplinari, molti conflitti tra studenti e docenti, tra docenti, tra docenti e me, tra famiglie e scuola erano legati all’assenza di figure parentali forti, in particolare a figure maschili di riferimento. La scuola patisce questa situazione quanto, se non più, della scarsa manutenzione, della  scarsità dei fondi: è una difficoltà che ogni giorno ogni insegnante che entra in classe e inizia con l’appello si trova a fronteggiare. La mia convinzione che ho cercato di illustrare in vari interventi nel mio blog, è che questo sia il problema di fondo anche della società italiana nel suo complesso. La scuola ed i docenti, quasi una nuova ‘casta sacerdotale’, sono e saranno investiti di una responsabilità nuova, non più solo culturale o formativa ma educativa della persona, non solo del cittadino lavoratore. Mi rendo conto che quello che dico è molto rischioso, che può essere tacciato di totalitarismo illiberale tipico di regimi autoritari come il fascismo, il nazismo o il comunismo, ma il problema che agita le nostre riflessioni è anche questo, è su questa debolezza che possono innestarsi nuovi totalitarismi come l’avventura di M5S sta facendo intravvedere.

Tra le cose belle del mio tour nelle 20 scuole è stato riscontrare che molti dei dirigenti che ho incontrato vivono questo rapporto parentale e generativo con la scuola che dirigono. Una preside del centro Italia, una scatenata che ha un comprensivo di 12 plessi distribuiti su un territorio molto esteso, parlando degli studenti usava spesso la locuzione ‘sti pori fiji’ che tradotto dall’umbro vuol dire ‘questi poveri figli’. Nulla a che fare con il maternage o il paternalismo ma con un rapporto adulto e responsabile di chi opera scelte e gestisce risorse senza dimenticarne il senso.

Questa mattina, dopo aver letto il tuo pezzo ho letto anche un resoconto giornalistico sull’omelia di ieri di papa Francesco che poneva la questione della educazione alla responsabilità e al fatto che nelle società ricche occidentali (non diceva esattamente così) i giovani rimangono adolescenti incapaci di assumere delle scelte definitive ed impegnative per il loro futuro. Uscendo dall’ambito strettamente religioso, la domanda che ci possiamo fare è: il sistema formativo dalla scuola materna all’università educa a diventare adulti? Lo stesso dibattito sul lavoro come diritto individuale garantito dalla collettività quanto dipende da questa visione protettiva che non emancipa i giovani?

Torno alla scuola di Trastevere e concludo. Quell’edificio così disastrato e scarsamente manutenuto ospitava una scuola che attirava un numero crescente di studenti e ogni anno circa 200 iscrizioni dovevano essere rifiutate. Quando cercavo di convincere le famiglie a cambiare scuole enumerando i nostri difetti, tra i quali certamente la ristrettezza delle risorse, quasi sempre le famiglie insistevano dicendo che un cugino o una cugina più grande si era trovato/a molto bene e ci tenevano moltissimo. Era una scuola in cui  erano presenti più di 100 diversamente abili, alcuni gravi, era una scuola in cui un gruppo di docenti appassionati ci teneva, era una scuola in cui qualcuno si ostinava a tenere dotti cineforum ad uso di ragazzetti  su cui non avresti riposto alcuna fiducia. Era una scuola in cui era definito lo sbocco lavorativo che identificava sia la comunità educante dei docenti sia l’identità visibile dei ragazzi.

Con tutti i problemi che tu segnalavi.

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3 thoughts on “Della scuola non si parla

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