Silenzio confuso

Da 15 giorni non scrivo cose mie su questo blog, mi sono limitato a riprendere da alcuni amici i contributi più utili ed originali dei miei per continuare una riflessione sul presente. Confesso di trovarmi un uno stato confusionale piuttosto pessimistico e mi spiace ammorbare gli amici con lamentale o invettive inutili e depressive.

In questi giorni però alcuni amici mi hanno fatto  notare che non avevo scritto commenti sugli ultimi fatti della politica  e che invece ciò sarebbe stato utile. Ciò mi ha incoraggiato a riprendere questo sfogatoio che ha la presunzione di aiutare me stesso e i miei amici a riflettere.

Raccontare e riflettere. Che vi racconto? … trovato! aneddoti delle mie passeggiare mattutine e qualcosa sulla mia dichiarazione dei redditi.

Per le strade del mio quartiere.

E’ arrivato il caldo e la passeggiata giornaliera è meglio farla molto presto, esco verso le 7  quando si respira meglio. Camminare per un’ora e mezza, a volte due ore, consente di esplorare molte strade anche lontane da casa mia, quando non vado direttamente in un  parco.

Domenica mattina alle 7 c’era un gran via vai, pochissimi bianchi autoctoni italiani come me, la maggior parte indiani, africani, asiatici, gruppi di famigliole che festosamente andavano verso il capolinea degli autobus che portano al mare sul litorale. Chi l’ha detto che i ‘fagottari’ non ci sono più, gli autobus blu regionali erano affollati di famiglie multicolori e di gruppi di giovani di varie etnie con le loro provviste per un pic nic in  una spiaggia libera. A guardar bene c’erano anche gruppetti di ragazzotti italiani, borgatari di pasoliniana memoria, pronti alla domenicale avventura al mare.

Proseguendo la mia passeggiata potevo entrare a Pineta Sacchetti, la pineta in cui ho subito la rapina a mano armata , ma nonostante sia passato molto tempo la paura invece di dissolversi è rimasta subdolamente latente; osservare che era del tutto deserta mi ha indotto a continuare la passeggiata per le stradine del quartiere, strade un po’ desolate e sporche punteggiate dai bidoni della spazzatura da cui provenivano puzze poco piacevoli.

Oltrepasso un punto in cui una antica perdita d’acqua dell’acquedotto genera un ruscelletto che va a finire nel primo tombino che trova, antica perché tutto intorno sono cresciute pianticelle ed erbacce di vario tipo, alcune fiorite. Arrivo così su via Boccea e ritorno ai rumori del traffico che in quell’incrocio è sempre congestionato e caotico. Alla fermata dell’autobus decine di persone, quasi tutte straniere, che aspettano pazientemente, un metro più in  là sul marciapiede vicino ad un ‘nasone’ una grossa pantegana giace in una piccola pozza di sangue, forse ha mangiato una di quelle esche che provocano la morte per emorragia  dopo che si è spinti a fuggire dal chiuso della fogna. Allungo il passo ma sono avvolto immediatamente dall’odore a questo punto nauseabondo della rosticceria kebab che già a quell’ora serve avventori che fanno colazione ‘etnica’. Sono assalito dalla nausea e mi devo controllare, fare un respiro profondo appena esco da quella ventata di fritti ed arrosti  per non vomitare o per non sentirmi male.

Proseguo. Dopo dieci minuti, ormai rinfrancato, arrivo al mio bar preferito, una bella pasticceria all’angolo tra via Aurelia e circonvallazione Cornelia. Sempre piena di clienti, a tutte le ore, il caffè è molto buono ma ciò da solo non ne può spiegare il successo: mi sono fermato tante volte e sempre mi sono chiesto da cosa dipendesse quel successo, quella folla paziente che si mette in fila alla cassa per un cornetto e un caffè e mi sono dato questa risposta. E’ il tipico posto per romani veraci, gente semplice e cordiale che lavora intensamente senza darlo a vedere, dalla battuta facile, dall’attenzione amichevole e disponibile, parlo dei baristi ma anche degli avventori operai, impiegati, guardie, ladri, ricchi e poveracci. Questa riflessione che  faccio sempre se osservo i baristi solerti e gli avventori allegri di quel bar mi perseguita tutte le volte che penso al declino economico e civile di Roma tutte le volte che penso alle ragioni per cui l’economia non riparte nonostante le migliori buone intenzioni dei governanti. Se tutto funzionasse come questo bar …

Così rinfrancato dal caffè e dalla vista dei miei amici baristi proseguo la camminata, ne ho per un’altra mezzoretta. Da lontano intravvedo un netturbino in divisa rossa che, trainando il tipico carretto con la scopa in bella vista, viene lentamente verso di me. Capelli bianchi, passo incerto. Evviva, allora i netturbini lavorano anche la domenica. Hanno eliminato la vecchia abitudine di santificare la festa con l’abbandono della città alla sporcizia e alla monnezza. Siamo ormai vicino e tra me e lui ci sono due vistose cartacce bianche in mezzo al marciapiede. Bene, lui si ferma, ferma il carretto e poggia le sbarre a terra, si aggiusta meglio il borsello fuori ordinanza che porta a tracolla. Risolleva le sbarre del carretto e ricomincia la sua marcia solitaria. Sono sorpreso, sono tentato di dire qualcosa, di osservare che è pagato per pulire, poi penso che sarei stato troppo sgarbato e violento e sto zitto. Ma mi fermo e continuo ad osservare il netturbino che ora mi dà le spalle e che si allontana in direzione del bar da cui provenivo io. Una decina di passi e si ferma di nuovo. Ah bene! incomincia  a pulire da quel punto e tornerà indietro. No, si aggiusta la divisa, effettivamente troppo pesante con quel caldo, si gratta vistosamente il sedere e riprende il suo cammino. Non è possibile! continuo ad osservare la scena. Ancora pochi metri si ripete la pausa: carretto a terra controllo delle suole delle scarpe come se avesse pestato una cacca, tutto a posto riprende il cammino. E’ arrivato all’angolo con via Aurelia, gira e lo perdo di vista. Mi chiedo era una comparsa per un film sul disastro di Roma? oppure stanno girando un remake di un film di Chaplin?

Riprendo la mia passeggiata, mi guardo intorno, a parte le due cartacce bianche lasciate lì , il grande marciapiede in realtà è pulito di fresco. Proprio ieri c’era lo schiavo negro, scusate, intendevo dire l’immigrato africano che per pochi spiccioli lasciati come offerta libera aveva tolto non solo cartacce, mozziconi di sigarette e ogni altra bruttura ma anche le erbacce che crescono sulla zozzeria che si accumula nelle tante crepe dei marciapiedi poco curati. L’omino dai capelli bianchi, a cui stava scomoda la divisa, avrà pensato che questi negri di merda gli tolgono il lavoro.

Della dichiarazione dei redditi vi racconterò nel prossimo post.

 

 

 

3 thoughts on “Silenzio confuso

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