Italico vittimismo

Così ci hanno tolto anche l’agenzia del farmaco, questi cattivi del nord si mettono d’accordo e complice la sfortuna abbiamo perso un sacco di soldi.

 

Intanto, chi se ne frega! I casi sono due o l’Europa si consolida e cresce e allora avere l’agenzia a Milano o ad Amsterdam sarà equivalente per i nostri giovani che vorranno lavorare nell’Agenzia: dovranno superare selezioni europee, farsi valere, conoscere le lingue, essere disposti a spostarsi e diventare a tutti gli effetti cittadini europei anche se sono nati a Canicattì. Le aziende farmaceutiche delocalizzeranno se lo vorranno fare indipendentemente dal luogo in cui risiede l’Agenzia, anzi si abitueranno o sono già abituate a prendere gli aerei per Pechino o Nuova Delhi non sarà un problema trattare con Amsterdam.

Nel secondo caso, quello catastrofico della fine dell’Europa come aggregato di paesi, l’agenzia rapidamente sarà un residuato privo di finanziamenti, più un problema che una risorsa per il paese ospitante. Spiace per Milano che non sa come utilizzare il Pirellone … ma sempre francamente … chi se ne frega, loro sono bravi e ricchi e se ne faranno una ragione.

Caro Bolletta, sei cinico e bastardo, anche disfattista. Sì, non ne posso più di questo dilagante vittimismo che giustifica tutto, assolve  i nostri limiti e le nostre inefficienze, ributtando sugli altri ogni responsabilità per la sventura che sembra abbattersi sul nostro amato paese.

Sono anni che rigettiamo alle ortiche gli avvertimenti delle agenzie di rating parlando di complotto, è un secolo che il vittimismo italico ispira regimi aggressivi e revanscisti più o meno mascherati o moderati. Ora l’estrazione a sorte ci ha umiliato e tutti all’unisono ci stracciamo le vesti.

Vi propongo la rilettura di una vecchio post di quattro anni fa che racconta di un mio viaggio ad Amsterdam e che mi fa dire che in questo caso la sorte non è stata cieca ma oculata preferendo quella città a Milano.

Il metodo

Approfitto però per aggiungere una nota metodologica che mi fa dire che questa Europa così fintamente democratica non può funzionare bene.

Se non ho capito male, la scelta della città si basava su un dossier che è stato istruito dalla commissione e che aveva già fatto una sua valutazione tecnica di merito sulle varie soluzioni in campo. Immagino che i parametri potessero essere ad esempio la posizione baricentrica rispetto al continente, le vie di comunicazione, l’efficienza del locale sistema burocratico, i costi degli immobili, il costo della vita, la qualità della vita, la presenza di strutture già disponibili e via dicendo. L’analisi tecnica avrà prodotto o un singolo punteggio una graduatoria unica o un profilo multidimensionale costituito da una pluralità di punteggi tra loro indipendenti.

Fatta questa istruttoria tecnica, la decisione diventava politica ed era appannaggio dei governi dei singoli stati che dovevano votare le proposte, possibilmente tenendo conto delle graduatorie ma anche di altri criteri più politici quali ad esempio accontentare qualche stato che non aveva già agenzie europee sul proprio territorio. Qui entrano in ballo le lobby in cui le diplomazie si mettono a trattare con il criterio molto concreto del do ut des. Nel nostro caso gli Stati si sono divisi in due parti equivalenti e non hanno trovato un accordo per decidere. La regola prevedeva allora l’estrazione a sorte.

Qui sta la debolezza del metodo seguito: è ovvio che se per l’istanza politica due proposte sono equivalenti dovrebbe prevalere la valutazione tecnica anche per un solo decimale di punto. Anzi aggiungerei che comunque il bando generale della procedura doveva già prevedere il peso dei punteggi della valutazione tecnica e della valutazione politica evitando ad esempio che la valutazione politica potesse stravolgere una valutazione tecnica che avesse individuato differenze molto forti tra le varie ipotesi tra cui scegliere.

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