Il rating è una macchinazione?

Questo post é scritto da Amsterdam dove sono per un seminario.
Approfitto di questo viaggio per riprendere una domanda che mi sono fatto spesso: come fanno le agenzie di rating ad assegnare le loro pagelle?
Ricordo che la crisi in cui siamo tuttora impantanati é stata scatenata anche dalle agenzie di rating che hanno declassato alcuni paesi come debitori poco affidabili a rischio fallimento. Naturalmente molti pensano che ci siano manovre oscure decise in logge supersegrete in cui si decidono i destini di interi continenti. Gli statistici e gli economisti pensano che ci siano formidabili modelli econometrici che sviluppano previsioni di lungo periodo sulla base delle quali é possibile prevedere o predire scenari futuri.
Secondo me nulla di tutto ció: è sufficiente mandare un ex preside a fare qualche viaggio in giro per alcuni scali delle maggiori capitali per capire tutto.

Sono partito dal terminal 2 di Fiumicino, quello delle compagnie low cost. Scritte sui muri, manifesti pubblicitari deturpati, cicche e gomme americane per terra, controllori ai metal detector in numero esorbitante, stravaccati e annoiati, chiacchieravano ad alta voce, passa un aitante giovane russo e un controllore ad alta voce, quando ancora poteva sentire, dice al collega, lo dovrei presentà a mi moje, na settimanella e vedi come je passa tutto. Superato il controllo, l’imbarco è al settore D come gli altri voli a prezzo pieno, una bella camminata in una giungla di profumi, moda, borse, faccioni e modelli e modelle super. Sull’aereo in fondo, verso la coda, un gruppo di studenti italiani vocianti, che passano dalla risarella nervosa nel neofita al coro spaccone di chi ormai è un abitué del jet. Scesi sciamano verso l’uscita tra urla e lazzi, da vergognarsi. Una signora che aspetta con me il ritiro dei bagagli mi conferma che c’era anche un professore.

Non vi descrivo l’aeroporto di Amsterdam, in ogni punto é visibile l’indicazione per proseguire nel percorso verso l’uscita in modo sicuro in un intrico di passaggi e chioschi che prefigurano già il clima di una città intensamente vissuta. Gli organizzatori del seminario mi avevano avvertito che oltre al treno al costo di 3,5 euro è possibile prendere degli shuttle che portano direttamente in albergo. Scopro che le grandi compagnie di alberghi hanno propri bus con orari esposti in un’unica chiarissima bacheca mentre per il resto ci sono dei minibus blu, basta chiedere. Insomma con 16,50 euro sono stato trasportato come un signore al mio albergo. All’arrivo una ragazza della reception, alla vista di un nuovo ospite, é scattata in piedi dando il benvenuto, rapidamente mi ha dato la chiave, ha spiegato quanto mi serviva e appena ho chiesto Internet con solerzia mi ha dato una scheda prestampata con le password per fruire del servizio, ed ora sono qua che viaggio su internet come fossi a casa. Potrei andare avanti in questo racconto ma poi sarei accusato di esterofilia.
Un ispettore di una agenzia di rating che avesse fatto questa esperienza facilmente puó prevedere che se gli italiani non cambiano registro avranno problemi seri mentre questi nordici prima o poi si prenderanno anche il monopolio del turismo.

Su Facebook ho risposto così ad una immediata reazione alla prima parte di questo post.

Le precedenti considerazioni sono una provocazione forse esagerata, ma nemmeno troppo. Probabilmente non sono stato chiaro: non sto dicendo che gli olandesi siano dei santi e noi dei beoti, dico che ci sono degli indicatori oggettivi che fanno pensare, almeno fanno riflettere. Un indicatore importante per me é il comportamento dei giovani e la qualità della scuola, e la scuola si vede fuori, non solo nel chiuso dell’aula. Un altro indicatore é la pulizia, il rispetto per le cose comuni, la cura della bellezza, l’attenzione per la convivenza. La terza cosa che guardo é il modo con cui si lavora, in particolare si serve il cliente. Nel lontano 1980 andai nella stessa estate prima in Ungheria e poi negli Stati Uniti. Tornai sicuro che l’impero comunista di lì a poco sarebbe finito, mentre gli USA avrebbero vinto la competizione: in Ungheria notai gente stanca e demotivata, lagnosa, inconcludente, solo i tassisti si davano da fare come ossessi. Nel collegio universitario in cui eravamo ospitati per un convegno notai un lavoro mal fatto: per l’occasione avevano riverniciato i corrimano,  il pavimento era tutto macchiato della vernice verde che era colata e che nessuno si era preoccupato di togliere. Negli USA fui colpito da tante cose, ne cito due: il modo in cui le hostess servivano, lo facevano con cura e riverenza anche se guadagnavano certamente piú di me ed erano altrettanto belle delle nostre altezzose dell’Alitalia; la seconda cosa furono gli studenti universitari di Berkeley che a turno, e pagati, pulivano le toilette dell’università e servivano a mensa per pagarsi un viaggio in Italia. Insomma la nostra tripla B non é solo il frutto delle macchinazioni e delle storture dei mercati ma anche il risultato di atteggiamenti e comportamenti che costituiscono la cultura su cui si basa l’economia reale.

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