Onore al Gemelli

Abito vicino al Policlinico Gemelli e nelle strade adiacenti a casa mia passano le autoambulanze lì dirette al settore Covid della clinica Columbus. In certi giorni le sirene non cessano mai in un via vai davvero inquietante. La settimana scorsa sono stato chiamato per una coronarografia richiesta da quasi un mese.

Si presenti per il tampone e se risulterà negativo nelle 48 ore successive la convocheremo per l’esame. Confesso che avevo un po’ di paura immaginando di dovermi esporre a un trattamento delicato e a un ricovero in un momento di grande emergenza in cui secondo i media gli ospedali sono al collasso. Ovviamente non sono passato per la trincea del pronto soccorso dove immagino che la situazione sia quella illustrata dai servizi televisivi ma ho seguito il percorso previsto per chi doveva ricoverarsi in cui il primo step prevede di eseguire i tamponi: tre prelievi un tampone nel naso, uno nella gola e una puntura sul dito per una goccia di sangue venoso. Attendere 15 minuti e in busta chiusa si ha il risultato. Mi avevano detto di presentarmi alle 11 e non ho trovato fila, in tutto ho impiegato esattamente 30 minuti tra pratiche amministrative e il risultato. Un servizio da civilissima Svezia, gentilezza e garbo da parte delle operatrici, ambienti accoglienti e bene organizzati. Tuttavia c’era chi borbottava e non sapeva aspettare, chi rimaneva in piedi e passeggiava nervosamente nonostante che per due volte il responsabile avesse raccomandato di restare seduti in attesa di essere chiamati e c’era chi osservava puntigliosamente che quello era un assembramento perché in una ambiente chiuso, ampio e articolato, c’erano circa trenta persone tra pazienti ed operatori. … Della serie che non accontenterai mai il pupo viziato.

Risultato negativo. Così il giorno dopo, giovedì scorso, sono stato convocato nello stesso punto di entrata all’ospedale per i classici esami della preospedalizzazione e alle 9 ero pronto a raggiungere il reparto. Un po’ di fatica per trovarlo e infine più di un’ora di attesa in un salottino prima di avere il letto, nel frattempo un colloquio con una giovane dottoressa per l’anamnesi approfondita, tutt’altro che burocratica: ha detto così … ma è proprio sicuro che … sì perché consciamente o inconsciamente tendiamo a nascondere i sintomi o a dimenticare eventi che potrebbero avere un nesso con l’esame che dovevo fare. Un signora gentile, la caposala, mi accoglie nella camera, mi spiega come disinfettare le mani raccomandando di farlo spesso, mi fa indossare il pigiama, mi dice il suo nome per poterla chiamare tutte le volte che avessi avuto bisogno. Un decina di minuti dopo torna e ad alta voce: signor Bolletta si spogli in fretta che dobbiamo fare la depilazione, tocca a lei. Mi aiuta ad indossare la camicia chirurgica, quella che lascia scoperto il sedere, e un portantino spinge il mio letto verso la sala operatoria.

Nella sala antistante la camera operatoria c’erano due letti, chi aveva fatto l’esame sostava in attesa di rientrare in camera ed io venivo preparato per l’intervento. I medici e gli infermieri avevano un piccolo intervallo tra un esame e l’altro per distendersi e far distendere i pazienti che erano tutt’altro che tranquilli. Battute e scherzi, domande di rito sul tuo nome, sulla regione di nascita. Il responsabile, un giovane alto con i capelli un po’ lunghi rapidamente esamina la mia cartella clinica e dà il via all’esame. L’infermiera professionale che mi aveva preparato mi accompagna e mi sta vicina per tutto l’intervento facendo le domande e le battute al momento giusto per dare coraggio e forza. Tutto avviene da sveglio, cosciente senza alcun dolore tranne la punturina dell’anestetico locale del foro di entrata della sonda.

Nei quaranta minuti dell’intervento mi sono chiesto cos’era che mi rendeva euforico e felice, forse qualche sedativo eventualmente iniettato a mia insaputa? Non credo. Ho capito che c’erano in quella sala tante cose che io amo e che ho apprezzato nella mia vita: la tecnologia, quella più avanzata e sofisticata, la competenza di chi la padroneggia e la sa usare a beneficio degli altri, i giovani competenti e sicuri, le persone che apprendono (nell’equipe c’era chiaramente almeno uno stagista al quale il responsabile diceva sottovoce vedi lì … ), le donne che reggono il mondo con la loro forza. Pensavo che il virus non passerà a meno che non vinca la stupidità dell’homo insapiens.

Alla fine, all’uscita dalla sala operatoria il sollievo per la fine dell’esame era un sentimento comune, mio e di tutti coloro che per 40 minuti hanno trattenuto il respiro e si sono concentrati intorno a me. Quel sollievo diventa all’improvviso festa perché arrivano cinque giovani, laureati da poco, che vengono a salutare i professori e i colleghi, felici, vestito scuro, camicia bianca, cravatta regimental. La mascherina indossata da tutti evidenzia ormai solo la bellezza degli occhi e tutti avevano occhi lucenti e allegri di chi ha raggiunto la vetta e riprenderà un’altra scalata. Tu parti subito, ci lasci? Sì purtroppo … ci vedremo.

Il pomeriggio e la notte successiva ho avuto modo di riflettere su tante cose, ve le risparmio, ma qualcuna vale la pena di condividerla anche per riprendere qualche recente riflessione sulla complessità. Un ospedale è un sistema ad alta complessità in cui, dati i costi diretti e indiretti, le procedure devono essere ben programmate e fedelmente realizzate, non si può gestire come se fosse un sistema a legami deboli perché l’incertezza del caso deve essere ridotta al minimo. Tutto è minuziosamente pensato e pianificato e le tecnologie informatiche hanno una funzione fondamentale, tuttavia nulla reggerebbe se non ci fossero due ulteriori ingredienti: la cura degli umani che vi operano e la disciplina di una struttura fortemente gerarchizzata. Mentre ero lì ho sentito che era in atto un’ispezione di una commissione interna poiché un portatino aveva fatto ricorso contro una disposizione di una caposala. L’evento era citato in molte battute dei numerosi addetti che a vario titoli entravano nella nostra stanza.

L’altra osservazione che facevo e su cui riflettevo, legandola a tutta la questione delle caste sociali, riguardava la stratificazione esistente tra le varie mansioni: senza guardare il colore delle divise e il lavoro che ciascuno stava svolgendo in quel momento era sufficiente ascoltare il linguaggio usato: dal romanesco borgataro all’italiano convenzionale televisivo a quello colto e ben pronunciato da chi sa parlare bene anche in inglese … e questa scala linguistica si distribuiva a partire da coloro che erano addetti alle pulizie, ai portantini, agli infermieri, agli infermieri professionali anziani, ai giovani stagisti, ai medici più maturi, ai professori. Se osservavo quella comunità come un microcosmo rappresentativo della nostra società, ritrovavo il fatto che la differenziazione presente nelle nostra società non è solo e soltanto di natura economica ma è di tipo culturale, tra chi sa fare cose che pochi sanno o vogliono fare e per questo viene retribuito e chi è escluso perché non ha un ruolo produttivo riconosciuto e compensato adeguatamente. Per questo sviluppa un odio fondato sull’invidia alimentata ad arte dai media in mano ai ricchi rentier e da alcune forze politiche eversive.

Seguendo le mie riflessioni ospedaliere ho deciso di scrivere questo racconto come atto di omaggio al Gemelli a cui sono legati tanti eventi della mia vita: la prima volta che seppi della costruzione di questo nuovo ospedale forse facevo le scuole medie e nella messa domenicale si raccoglievano fondi per l’università cattolica e per l’avvio del policlinico, amici coetanei frequentarono quella università, quasi tutte le operazioni chirurgiche e le degenze della mia famiglia sono avvenute al Gemelli insomma questa realtà fa parte del mio intimo profondo a cui sono affezionato.

Sapere che c’è, che non è allo sbando che lì c’è un esercito competente e coeso che è in trincea contro i mille nemici della nostra salute mi conforta e mi rassicura e mi piacerebbe che gran parte dei miei concittadini provassero la stessa affezionata gratitudine per almeno un pezzetto di questo grande sistema sanitario che ci ha permesso di vivere meglio e più a lungo dei nostri nonni e che potrà farci vincere la guerra contro il Corona virus .

Scrivo ciò con sincera commozione e gratitudine.

Il mondo resiste e va avanti. Nella serata dello stesso giorno mio figlio mi invia la ripresa di Adriano che per la prima volta da solo in piedi lascia il salotto e va in camera sua. Ha 14 mesi.

Pur avendo certezza di non essere stato infettato in queste 30 ore passate al Gemelli, per un po’ di giorni osserverò una forma di quarantena e non potrò riabbracciare i miei nipotini.

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