La cultura che ci serve ora

Non ci crederete ma solo oggi ho letto per intero l’articolo di Giorgio Parisi su Huffington post dal quale avevo tratto il giorno 23 ottobre il grafico che avevo pubblicato su la cultura matematica che ci serve ora. Scherzi dei social che ci abituano ad una lettura superficiale e veloce ma che ci sensibilizzano e ci condizionano comunque.

Giorgio Parisi è il presidente dell’Accademia dei Lincei, istituzione simbolo della cultura italiana. Cita nel suo appello la lettera di Giorgio Alleva e Alberto Zuliani sul Corriere i quali segnalano la debolezza conoscitiva (ignoranza) che abbiamo ancora sul fenomeno del contagio e sulle sue cause.

Consiglio il lettore di leggere il testo di Parisi perché è un bell’esempio di come una persona con una grande cultura sia in grado di comunicare in modo comprensibile anche da parte di profani che siano però interessati a imparare e capire.

Confesso però che non sono del tutto d’accordo sulla posizione di fondo di queste petizioni di scienziati illustri.

Il rischio che si corre è che questo discorso sulla carenza delle basi conoscitive del fenomeno epidemico si traduca in una posizione rinunciataria: siccome non sappiamo come funziona il meccanismo del contagio e non conosciamo i fattori determinanti su cui intervenire per ridurlo, l’unica soluzione è chiudere tutto. I responsabili (Governo, Regioni e comitati tecnici) stanno procedendo gradualmente, forse a tentoni, cercando di minimizzare i danni e certamente non possono che commettere errori se esaminiamo singoli pezzi del sistema complessivo e gli effetti a breve. Tutti con il senno del poi potranno dimostrare che si poteva fare meglio.

I tre autori danno preziosi suggerimenti sul da farsi ma forse dimenticano che le università e le istituzioni scientifiche godono già di una certa libertà e autonomia nel gestire le proprie risorse e che proprio ora occorre che tutti a partire da noi singoli cittadini fino a tutti gli aggregati variamente strutturati abbiamo un dovere di iniziativa e di fantasia e che non dobbiamo sempre e comunque attendere l’intervento di papà Stato che paga a piè di lista. Alleva e Zuliani en passant denunciano il fatto che la ricerca campionaria sistematica sulla diffusione effettiva del contagio attivata dall’ISTAT che studiava un campione rappresentativo di 150.000 cittadini è fallita perché ne ha raggiunto solo 65.000. Vogliamo parlarne? colpa del governo? colpa degli statistici che l’hanno pianificata? colpa degli esecutori? colpa dei cittadini che se ne fregano?

Immuni è stata osteggiata da tutti, tutti hanno trovato difetti e ne hanno sconsigliato l’uso magari con titoli giornalistici ambigui in cui se ne decretava il fallimento nel titolo per poi celebrarne il valore nell’articolo (se non ricordo male era un articolo di Repubblica) ma il lettore frettoloso legge solo il titolo che si imprime nella sua testa. Qualche sera fa anche il prof. Crisanti sulla 7 farfugliava in modo incomprensibile che ormai, dati i numeri del contagio, Immuni era inutile visto che non si potevano fare nemmeno i tracciamenti manuali. Come si fa a dire una scempiaggine del genere, proprio perché i tracciamenti manuali sono al collasso occorre potenziare l’uso di Immuni chiarendo alla gente che un eventuale notifica che c’era stato un contatto con un infetto corrispondeva ad un allarme che ciascuno avrebbe dovuto gestire parlando con il proprio medico di famiglia. Ma guai a intasare anche i centralini dei medici di famiglia, meglio intasare i pronto soccorso.

Ultima osservazione critica sugli articoli che ho citato. Forse per capire il fenomeno in cui ci troviamo immersi non bastano la visione di un fisico e di due statistici: ci occorre una cultura più vasta che comprenda tutte le scienze umane. Una cultura distribuita che rinforzi le scelte personali con visioni coerenti e aperte alle istanze di chi ci circonda: la psicologia degli adolescenti, la pedagogia nelle istituzioni scolastiche, l’organizzazione dei trasporti, la rete degli interessi economici, le patologie fisiche e psicologiche dei singoli …. è un sistema di infinite interazioni e scelte che il virus sta facendo impazzire come fosse un turbine che spazza città, campagne, montagne, fiumi e mari. La resistenza del sistema a questo turbine si fonda sulla resistenza delle singole componenti anche le più minute e periferiche.

La cultura della complessità forse ci potrà salvare: il nostro sistema, quello dell’uomo sapiens che ha colonizzato tutta la terra, quello della nostra città, quello della nostra nazione o del nostro continente è un sistema complesso a legami deboli, un sistema in cui se introduco un input, prendo una decisione, il risultato non è certo, univoco, ma sono possibili molti esiti con una distribuzione di probabilità che a volte non conosciamo bene. Il governo ha scelto di intervenire cautamente con scelte che operano su contesti diversi, nessuno sa dire con certezza cosa accadrà ma ciascuno sa abbastanza per evitare nel suo piccolo che questo maledetto virus possa circolare troppo. Ciascuno dovrebbe diventare un agente attivo per contrastarlo.

3 risposte a "La cultura che ci serve ora"

  1. In merito al non intasare i centralini dei medici di famiglia, pochi giorni fa il rappresentante nazionale dei medici di famiglia appunto, durante un’intervista trasmessa dalle tv, ha dichiarato che stanno impazzendo ed è possibile ricevano 80 telefonate al giorno per indicazioni/richieste.
    Ma quale messaggio veicola questa asserzione? Quale partecipazione al problema? Quale disponibilità? Ma quanti di noi lavorando quotidianamente ricevono o hanno ricevuto normalmente un numero analogo di telefonate pur senza essere centralinisti?

    Piace a 1 persona

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