Manifesto per la scuola e codice deontologico

Ieri pomeriggio a Palazzo Altieri a piazza del Gesù ho partecipato al seminario celebrativo del 25 anniversario della costituzione dell’ANP Associazione Nazionale Presidi, ora Associazione Nazionale Dirigenti ed altre Professionalità della Scuola. In tale occasione sono stati presentati due documenti: un manifesto per la scuola e un codice deontologico per la categoria. I documenti sono reperibili sul sito dell’associazione http://www.anp.it
Vorrei raccontare qualcosa del dibattito, ciò che mi ha colpito di più.
Dopo la presentazione di Giorgio Rembado, presidente dell’ANP, gli interventi programmati hanno consentito di approfondire in modo critico le tematiche presenti nel manifesto.
Luigi Berlinguer ha segnato l’intero dibattito con un appassionato racconto della sua esperienza ministeriale in cui traspariva l’innamoramento che ancora, dopo molti anni, nutre per la scuola. Con sofferenza ricorda i limiti del suo generoso tentativo di realizzare una ambiziosa riforma, quella dell’autonomia scolastica, che fu congelata e sterilizzata dalle opposte resistenze dell’approccio burocratico, degli interessi corporativi, delle fughe in avanti velletariamente rivoluzionarie. Così ora, non più giovane, percorre la penisola per incontrare quel tessuto vivo e sano costituito da singoli volonterosi, collegi e dirigenti, reti di scuole, enti locali e realtà professionali che, nonostante tutto, reagiscono e resistono producendo innovazione e cultura, produzione raccolta e rappresentata nel suo sito Edu2.0 Il suo manifesto, in sintonia con quello dell’ANP, quindi rimane legato allo sviluppo dell’autonomia scolastica non come un mero espediente organizzativo per decentrare l’amministrazione ma come un contesto per consentire quella flessibilità dei curricoli e dell’offerta formativa che sola può efficientemente rispondere alla veloce evoluzione delle caratteristiche dei giovani e del marcato del lavoro. Un intervento teso ed appassionato, a volte sussurrato con un filo di voce emozionata a volte quasi gridato che ha colpito non solo noi che ascoltavamo ma anche tutti i successivi interventi.
Il secondo grande vecchio, così si è definito, è stato Giuseppe De Rita. In quanto tale anch’egli vanta esperienze ancora più antiche, risalenti agli anni ’50, collaborazioni con Vanoni, Ruffolo, Moro e altri politici che hanno segnato il miracolo economico dell’immediato dopoguerra. Arriva a parlare della conferenza nazionale sull’autonomia e la valutazione dei primi anni ’90  passando, da quel punto, il testimone della ricostruzione storica alla vicenda di Berlinguer. La sua posizione sui documenti ANP è critica poiché questi non menzionerebbero a sufficienza due questioni per lui centrali: il lavoro e il mandato della scuola. La scuola e i suoi operatori considerano il problema della formazione professionale, dell’avvio al lavoro come una questione accessoria non determinante. Non si pensa alla scuola come al risultato di un equilibrio di mercato tra domanda e offerta ma come un valore assoluto, un bene in sé la cui crescita e il cui incremento, tempo scuola, numero dei addetti, risorse investite, costituisce un fine e non un mezzo da giustificare e validare politicamente. L’autoreferenzialità della scuola costituisce però una debolezza in un momento in cui il mandato storico istituzionale non è più esplicitato politicamente, come è accaduto invece nella scuola dell’Italia unificata, nella scuola del fascismo, nella scuola della ricostruzione postbellica. La strada dell’autonomia, quella del caleidoscopio delle esperienze positive, (Berlinguer dei nostri giorni) può essere la soluzione dei problemi attuali solo se sarà realizzato un vero sistema indipendente di valutazione in grado di aprire il sistema scolastico ad una regolazione fondata sui veri bisogni professionalizzanti della società e  delle singole persone oltre che sulla difesa e diffusione di una cultura identitaria.
Il terzo intervento da citare è quello dell’on. Valentina Aprea. Brillante, sicura, energica, ha difeso con efficacia le politiche riformatici della sua parte politica rivendicando a sé la revisione degli organi collegiali che sembrerebbe essere, dopo molti anni, in dirittura di arrivo in Parlamento. Tale revisione dovrebbe sanare le contraddizioni ancora esistenti tra la figura del Dirigente scolastico, tendenzialmente monocratico, con organi di rappresentanza democratica introdotti in un periodo anteriore all’autonomia. Mentre la presentazione di Rembado tradiva un certa stanchezza della categoria snervata da un riformismo continuo e altalenante tra le opposte parti politiche che non si rispettano, Aprea rivendica alla politica, che con le elezioni dovrà assumere di nuovo la responsabilità delle scelte fondamentali, la possibilità di realizzare ulteriori riforme e assegna alle associazioni e alle scuole la responsabilità di sviluppare e preservare quanto di buono può venire o è già venuto dal dibattito politico. Altro punto vivacemente trattato, in polemica con il ministero del governo tecnico, è il recente concorso per docenti del quale ha sottolineato le incoerenze presenti sia nella struttura, considerata debole per poter effettuare una affidabile selezione, sia nella incoerenza con l’impianto recentemente introdotto dei TFA.
L’intervento del sottosegretario Ugolini, la quale ha avuto il difficile compito di parlare dopo un dibattito di alto profilo, è stato interrotto e contestato da un piccolo gruppo di docenti precari proprio sulla questione del concorso. Purtroppo ancora un volta dispiace constatare il gap tra il valore e la complessità delle argomentazioni di chi sulla scuola non può decidere (politici illuminati, intellettuali, studiosi, rappresentanti delle professioni e delle categorie, docenti universitari) e coloro che, anche nel governo tecnico, mostrano di avere una immagine della scuola confusa, affastellata di luoghi comuni e di vaghe parole d’ordine.



Categorie:Cultura e scuola

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