Terremoto e referendum

Il terremoto mi ha ammutolito, è bastata qualche onda sismica arrivata da lontano che anche qui a Roma si respirasse un clima cupo, preoccupato, traumatizzato, una specie di labirintite per cui ogni piccolo sbandamento nella postura o ogni scricchiolio dei mobili ti porta a guardare il lampadario. Di fronte ad un mostro così minaccioso ed imprevedibile le nostre chiacchiere onnipotenti appaiono ridicole. Tuttavia riflettere, pensare e condividere rimane quasi un dovere per chi non può fare di più.

vigile

Quindi rapidamente alcune riflessioni sparse. Tralascio di commentare  l’ulteriore imbarbarimento della rete che non meriterebbe più né lettura né commenti.

Nonostante l’emergenza, molti miei amici continuano a chiedersi come votare al referendum. Si capisce bene che questa scelta non può essere fatta con leggerezza, che ciascuno porta una responsabilità enorme visto che il referendum non ha quorum e anche un solo voto può decidere l’esito finale. Brexit ci ha insegnato che a posteriori non si può dire, non avevo capito bene, che in ogni caso si deve essere pronti a pagare le conseguenze delle proprie scelte. E’ vero, la storia aggiusta sempre tutto, i paesi distrutti possono essere ricostruiti ma a quale prezzo?  Attenzione non sto dicendo che il referendum potrà essere dirompente come un terremoto ma la leggerezza degli stupidi che votano per dispetto pensando di danneggiare l’avversario senza pensare alle conseguenze per se stessi non è possibile quando il quadro generale è così complesso e delicato: guerre ovunque, Trump, la finanza, l’Europa in bilico sono peggio della faglia della Val Nerina.

La mia convinzione rimane questa: il modo per uscire indenni da questo vicolo cieco della riforma costituzionale e della legge elettorale è un voto di massa, è una astensione bassa. Significherebbe che il popolo italiano ci tiene alle sue istituzioni, sia che le voglia cambiare sia che le voglia conservare immutate, non è allo sbando e capisce il valore dello Stato di diritto.

La seconda riflessione è meno emotiva e più razionale. Il terremoto e le sue conseguenze dimostrano che la Repubblica e le sue articolazioni, lo Stato democratico fondato sulla Costituzione del ’48, è in grado di intervenire tempestivamente, esistono gli strumenti legali per inviare migliaia di uomini e mezzi a soccorrete concittadini gettati sul lastrico dalla distruzione delle loro case e dei loro paesi. Questa circostanza dimostra empiricamente che la prima motivazione della riforma costituzionale cade: non c’è mai un problema di velocità, se si vuole, lo Stato risponde celermente ed efficacemente, se il pericolo è reale si ritrova la concordia.

Ma il problema non è quanto velocemente si decide ma che cosa si decide, a favore di chi, con quali criteri, con quale efficacia e con quale rigore. Queste giornate dimostrano che la decisione politica, anche nell’emergenza, è una decisione complessa che non può essere appannaggio e responsabilità di uno solo ma deve essere il risultato di una azione collettiva di analisi con l’uso di competenze larghe e sofisticate che coinvolgono tutti i livelli della società. Non posso sentire il presidente del consiglio discettare sulle soluzioni tecniche da adottare in questi giorni, non posso sentire la giaculatoria dei giornalisti che vedono nelle burocrazie l’ostacolo principale, non posso sentire la Raggi che dice che senza la Muraro non può risolvere il problema della monnezza, non posso sentire che Renzi non ha alternative. Competenza tecnica, criteri chiari, regole certe, condivisione larga, comprensione delle scelte sono requisiti sia per uscire dal terremoto sia per uscire dal pantano italico.

Terza riflessione. Pubblico o privato? Provate a analizzare la questione della ricostruzione: come e dove ricostruire? chi decide? il pubblico che dovrebbe finanziare o il privato che attende un risarcimento del danno subìto da una natura ostile? Da più di vent’anni le forze politiche prevalenti hanno propugnato l’idea che il privato funziona meglio, è più efficiente, rispetta di più la libertà dell’individuo e ne soddisfa meglio le richieste. Lentamente ma inesorabilmente lo Stato è dimagrito, salvo tenere per sé quelle attività che il privato non vuole perché non assicurano utili remunerativi, carceri, scuole, ospedali, polizia … In questi giorni vediamo direttamene sui nostri schermi quanto valgono gli uomini e le donne in divisa, persone addestrate e inquadrate per dare un servizio mettendo a rischio la propria incolumità. In queste circostanze ritorniamo ad essere statalisti, centralisti, militaristi ma passata la paura, già a poche ore dal disastro si ritorna ad anteporre il proprio individualismo, basta ascoltare qualche intervista di certi terremotati.

Rispetto al passato temo che la situazione sia peggiorata, siamo più delusi e incattiviti più esigenti. Non invidio Errani.

Ma che c’entra il referendum costituzionale con questa terza questione? Il terremoto insinua una questione fondamentale in questo dibattito ventennale tra pubblico e privato, ci si salva da soli? oppure dietro ad un capo veloce e brillante o piuttosto si ricostruisce e si rinasce insieme attraverso la fatica del confronto, della discussione, degli accordi tra gruppi diversi? il terremoto ci fa pensare al dopo quando il  o il no dovranno diventare forse.

Io rimango per il NO, sia chiaro.

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