Così fan tutte, le pensioni

Nel post precedente ho focalizzato la mia attenzione sull’equilibrio tra il reddito da lavoro dipendente e quello retribuito con la fatturazione IVA e ho paventato uno aggravamento dei costi a danno delle grandi imprese che occupano molto personale dipendente stabilizzato con danni proprio al sistema industriale del Nord. Salvini dovrebbe forse riesumare le sue conoscenze sull’eterogenesi dei fini.

Le entrate dello Stato, quelle che nel bilancio consentono di affrontare le tante spese previste, provengono però anche da altre fonti non solo dalle imposte dirette sul reddito da lavoro dipendente e da quello autonomo. Ad esempio provengono dalle pensioni, dalla stessa IVA, dagli utili delle imprese, dai redditi da capitale, dalle plusvalenze, dai bolli, dalle accise, dal valore degli immobili.

Ogni imposta ha effetti diretti sul contesto in cui opera. Alcuni anni fa nelle proposte che avevo formulato nell’agenda RB avevo immaginato che si potesse azzerare le imposte di registro sui contratti di compravendita degli immobili per favorire la mobilità delle famiglie in alloggi dimensionati sulle reali esigenze e funzionali agli spostamenti lavorativi: questo tributo, la tassa di registro, congela la situazione condannando i vecchi a occupare case troppo grandi o i giovani attivi a spostarsi per chilometri per raggiungere il luogo di lavoro. Insomma una riforma tributaria seria dovrebbe affrontare tanti aspetti degli effetti delle tasse sull’economia reale, ma tutto ciò non si fa in un mese nel chiuso degli uffici di palazzo Chigi né in poche settimane in Parlamento con lo spettro dell’esercizio provvisorio.

Mi preoccupa il fatto che nessuno voglia riprendere l’accordo e il lavoro istruttorio sviluppato dalla commissione competente del Parlamento della passata legislatura che sembra avesse trovato un accordo generale per concepire una riforma fiscale condivisibile da tutti … ma questo governo deve essere comunque originale e un po’ rivoluzionario.

Rivalutazione delle pensioni

Vorrei ora riflettere su un altro capitolo della finanziaria che riguarda la rivalutazione delle pensioni. Se ne dibatte nei social spesso per scandalizzarsi del fatto che le pensioni più alte beneficiano di incrementi molto più grandi di quelle più basse. Molte posizioni un po’ demagogiche mostrano però di non conoscere bene i termini del problema.

Il sistema pensionistico pubblico è regolato da leggi dello Stato che periodicamente possono essere aggiornate o modificate in relazione proprio all’andamento dell’economia. Le principali riforme del sistema pensionistico hanno fatto fronte al rischio di squilibri finanziari tra entrate e uscite dell’INPS. Sì, perché una cosa è il bilancio della Stato ed altro è il bilancio dell’INPS. Di questo si rende ben conto il giovane che ha la partita IVA che destina circa il 25% del proprio reddito all’INPS e un altro 15% all’agenzia delle entrate cioè allo Stato. Un suo coetaneo, con un contratto da dipendente, riceve un saldo netto e se non legge con attenzione la busta paga non si rende conto che il suo datore di lavoro ha già versato a suo nome imposte sul reddito e contributi previdenziali. (il lettore mi scuserà se sono troppo didascalico ma immagino di parlare a un giovane poco esperto o a un politico che va avanti a slogan un po’ imprecisi).

L’ultima riforma che ancora regola il sistema, a parte alcune recenti modifiche marginali, è quella Fornero che prevede un sistema pensionistico in cui i contributi sono accumulati annualmente in un montante individuale sulla base del quale alla fine si calcola la rata mensile della pensione da corrispondere tenendo conto della vita residua all’atto della cessazione del rapporto di lavoro. In pratica si riprende indietro quanto si è versato nel tempo. Questa ovvietà penso che pochi la ricordino quando cercano di avere rapporti di lavoro in nero o quando i politici ipotizzano di eliminare i contributi pensionistici per ridurre il cuneo fiscale.

La vulgata giornalistica – mediatica attuale diffonde l’idea che tutte le pensioni siano a carico della collettività siano cioè pagate dallo Stato con quanto incassato dalle tasse. Se così fosse non si capirebbe perché lo Stato dovrebbe pagare diversamente persone che ora non fanno nulla .. perché non trasformare le pensioni in reddito di vecchiaia uguale per tutti come accade per quello di cittadinanza? In effetti lo Stato ha fissato da molto tempo un ammontare minino per la pensione degli anziani. Chi non ha maturato entro l’età fissata per il pensionamento un montante sufficiente a liquidare una pensione superiore alla soglia minima avrà da parte dello Stato una integrazione per raggiungere quel minimo. Tutti i cittadini anziani anche se non hanno versato contributi hanno perciò diritto alla pensione minima che è garantita da un versamento del Tesoro nelle casse dell’INPS. Tutti coloro che hanno una pensione superiore alla minima sono liquidati con quanto l’INPS incassa direttamente da tutti i lavoratori dipendenti, autonomi, artigiani, agricoltori sotto forma di contributi previdenziali.

La legge prevede che per mantenere l’equilibrio tra entrate e uscite dell’INPS le pensioni in essere siano rivalutate solo di un tasso pari all’incremento del PIL. Ciò è possibile per due meccanismi a volte concomitanti:

  1. il PIL aumenta perché aumenta la ricchezza generale e quindi in pari misura il totale dei compensi su cui si prelevano i contributi; se ad esempio il PIL aumenta del 6% l’INPS incassa il 6% in più e quindi può benissimo riconoscere un aumento del 6% ad ogni pensionato;
  2. il PIL aumenta perché aumentano i prezzi, c’è l’inflazione e la massa monetaria riconosciuta ai lavoratori aumenta in qualche misura. Nella fase attuale con un inflazione del 10% ma con retribuzioni per il momento ferme, il PIL potrebbe crescere meno dell’inflazione o addirittura diminuire (recessione) per cui gli incassi dell’INPS aumentano poco e per nulla e quindi le pensioni non possono crescere nonostante la falcidie dell’inflazione.
  3. Ma se accadesse anche in parte ciò che accadde negli anni ’80, se ci fosse una scala mobile che adegua gli stipendi all’inflazione, anche la contribuzione INPS aumenterebbe e quindi anche le pensioni ma l’inflazione continuerebbe a crescere indefinitamente danneggiando altri settori dell’economia.

Gli aumenti attualmente previsti dalla finanziaria, fissati dalle leggi vigenti, sono il frutto della crescita del PIL registrata negli ultimi due anni e si base sul tasso di inflazione rilevato fino al 3 novembre del 2022. Da almeno 10 anni l’adeguamento delle pensioni al tasso di inflazione è pieno al 100% solo per le pensioni più basse mentre il recupero delle pensioni più alte si limita al 75% dell’indice. Una delle novità della finanziaria meloniana e che il meccanismo di adeguamento è stato ulteriormente modificato prevedendo 6 scaglioni più penalizzanti per le pensioni che superano i 2600 euro netti. 

  • 100% sulle pensioni fino a 4 volte il minimo (2.102 euro lordi),
  • 80% sulle pensioni tra 4 e 5 volte il minimo (2.102-2.627 euro lordi),
  • 55% sulle pensioni tra 5 e 6 volte il minimo (2.627-3.152 euro lordi),
  • 50% sulle pensioni tra 6 e 8 volte il minimo (3.152-4.203 euro lordi)
  • 40% sulle pensioni tra 8 e 10 volte il minimo (4.203-5.254 euro lordi),
  • 35% sulle pensioni oltre 10 volte il minimo (sopra 5.254 euro lordi).

Il tasso di rivalutazione per il 2023 è del 7,3% che sarà integralmente corrisposto fino a pensioni di 2.100 euro lordi mentre ad esempio nello scaglione più alto per pensioni che superano i 5.254 lordi la rivalutazione è del 35%x7,3% pari al 2,55%. In termini assoluti ad esempio una pensione di 600 euro avrà un aumento di 43 euro mentre una di 4300 euro avrà un aumento di 109 euro. Qui tocchiamo con mano quanto sia difficile accontentare tutti anche con le migliori intenzioni: quello con la pensione a 600 vedrà i suoi 43 euro di aumento come una misera cosa rispetto ai 109 del più ricco mentre il più ricco vede nei suoi 109 euro una misera cosa visto che l’inflazione riduce il valore della sua pensione di 303 euro mentre ne recupera solo 109.

In questo caso ci sono due azioni concomitanti adottate dal governo che rispondono a criteri quasi opposti: ridurre la spesa per le pensioni riducendone nel tempo il valore reale e contenendone la dinamica fisiologica e dall’altro rivalutare le rendite più basse che garantiscono livelli di vita troppo miseri.

Prepensionamenti

In queste manovre complesse e delicate si inseriscono le pressioni di forze politiche che in modo demagogico e opportunistico pensano di allentare i cordoni della borsa della cassa dell’INPS per accontentare il proprio elettorato in un momento economico molto difficile. Mi riferisco alla questione dei prepensionamenti voluti dalla Lega rispetto ai parametri stabiliti dalla legge Fornero. In linea teorica se il calcolo della pensione concessa anticipatamente fosse lo stesso già applicato a tutti gli altri non ci sarebbe un aggravio di spesa se non nel breve periodo poiché i beneficiari accetterebbero una pensione più bassa finanziariamente equivalente al loro montante, ma poiché si prevede che al maturare dell’anzianità di legge la pensione sia ricalcolata come se si andasse in pensione in quel momento allora l’operazione ha un costo anche non lieve in un momento in cui le disponibilità sono molto ridotte. Su questo stanno ancora discutendo e sembra siano arrivati ad una mediazione rispetto a quando richiesto, il requisito è di una somma pari a 103 tra gli anni di contribuzione ed l’età anagrafica mentre la Lega chiedeva che il parametro fosse 102.

Ma la storia non finisce qui, si deciderà in Parlamento.

segue



Categorie:Economia e finanza, Politica

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1 reply

  1. Un amico così commenta in privato:
    Molto pedagogica la tua riflessione sulle pensioni.
    Leggendo su FB le reazioni e le domande e le proteste, ne ho colto una per cui le partite iva che hanno spesso lavorato in nero, eluso ed evaso (si pensi ai gioellieri che hanno un reddito più basso dei dipendenti) avendo versato poco alle loro casse, percepiscono pensioni vicino al minimo e quindi avranno la perequazione del 100%, come i veri poveri. Da parte mia non mi lamento di ricevere a gennaio 135 €. La cosa più ingiusta è che l’inflazione è più alta del 7,3 e che le quote perse si andranno ad accumulare negli anni. Occorre vedere chi arriva prima ad azzerarsi io o la pensione. Pensiero lugubre. Mi sento tanto il vecchio eschimese che si allontana dalla tribù per non pesare sull’economia del villaggio.
    Ciao

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