Purché sia serio

Riprendo il post di ieri scritto dalla mia splendida nipote, splendida in tutti i sensi.

Mi ha commosso la forza e l’orgoglio di una giovane donna che accetta qualsiasi sfida con determinazione per smentire il luogo comune di giovani smidollati, senza sogni e senza determinazione, un po’ choosy come improvvidamente ha detto la Fornero.

Siccome quello che ho scritto sul concorso potrebbe essere confuso con la reazione corporativa del vecchio precariato storico che ha alzato, complice il sindacato di quelli di ruolo, una protesta pregiudiziale contro il concorso, vorrei oggi aggiungere qualche precisazione e ribadire quanto scrivevo su un lungo post sull’argomento di quest’estate.

Io non sono contro il concorso. Ma sono contro un concorso mal fatto. La legge prevede da moltissimo tempo, almeno da quarant’anni, il doppio canale cioè la metà dei posti che si liberano viene assegnata a graduatoria di merito e la metà a concorso. Questa legge è per nulla rispettata per cui ogni dieci anni dopo scioperi e proteste e disagi per tutti si interviene con normative speciali e sanatorie.

Il problema è che da più di 10 anni non si faceva il concorso e quindi un’orda di disperati è rimasta da troppo tempo in attesa accumulando  titoli di servizio o certificazioni specifiche o competenze sempre più costose. E’ oggettivamente difficile contenere e gestire circa 300.000 laureati aventi titolo a diventare insegnanti se i posti sono solo 11.000. Non solo, ma in un paese di azzeccagarbugli qualsiasi procedura formale è soggetta alle più varie incoerenze capaci di far naufragare qualsiasi buona intenzione. Il ministro Profumo era certamente ispirato dalle migliori buone intenzioni ma di queste è lastricata la strada che conduce all’inferno.

Allora niente di meglio dell’oggettività di un test somministrato da computer, prodotto da agenzie indipendenti, capaci di restituire il fausto risultato poche ore dopo e sgombrare il campo dal 70% della folla esasperata.

Contesto questa procedura applicata nel concorsone e già in quella dei dirigenti scolastici e tecnici, perché non valida e non affidabile. In base a quale evidenza si può dire che una persona che supera quel tipo di test centrato su quei quesiti pseudo-logici sarà un buon insegnante?  Ciò che va bene per selezionare funzionari dell’Unione europea non è detto che sia un buon selettore dei docenti italiani. La prova è scarsamente affidabile poiché con 50 quesiti la stima del punteggio è troppo imprecisa per esser certi che intorno al punteggio soglia non si facciano grosse ingiustizie ( passano alcuni che non dovrebbero, non passano altri che dovrebbero). Già con 90 o 100 quesiti e il doppio del tempo per rispondere, la discriminazione operata sarebbe stata meno incerta e più affidabile. E non sarebbe costato molto di più.

Ci sarebbe molto da dire anche sulle prove successive perché se ora attacchiamo il test oggettivo, considerazioni analoghe potrebbero essere fatte sulle prove scritte e orali. La fase successiva è lenta, costosa e facilmente oppugnabile, è per questo che le amministrazioni preferiscono gestire graduatorie a titoli e procedere con gli scorrimenti e le sanatorie. La colpa grave dei ministri  dei governi che si sono succeduti in questi anni e di non aver voluto affrontare in modo organico e sistematico la questione dell’arruolamente degli insegnanti. Chiunque sia entrato al ministero di viale Trastevere avrà notato che l’ufficio concorsi occupa poche stanze  mentre forse dovrebbe essere il corridoio più lungo e più frequentato. Si pensi che solo nella scuola primaria e secondaria sono impiegati circa 800.000 addetti e che con un normale avvicendamento di persone che restassero in carriera per 40 anni ci dovrebbe essere ogni anno un ricambio 20.000 addetti. Cioè ogni due anni il ministro potrebbe indire un concorso per 20.000 posti e assegnarne altri 20.000 per graduatoria. Questo comporterebbe la costituzione di una settore organizzativo specifico in grado di gestire in modo scientifico, affidabile ed efficiente la selezione del personale. Nulla di tutto ciò, improvvisazione sistematica perché si opera sempre come se fosse l’ultima sulla base di una emergenza: non si è sedimentata una cultura condivisa che sia trasversale rispetto alle opzioni politiche, non soggetta al disonesto di turno sempre in agguato, a prova di machiavello giuridico.

Ma il discorso non finisce qui.

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