Quando un padre dice no

Quando il presidente Mattarella ha rifiutato di sottoscrivere la nomina di Savona al Tesoro, facendo accomodare l’avv. Conte, tutti, credo, abbiamo avuto una reazione impaurita e preoccupata, ed ora che succede?

Poi quando con la solennità dei momenti decisivi, circondato dai suoi collaboratori in alta uniforme, ha preso la parola per motivare il suo gesto inatteso, ho provato una commossa adesione alla sua linea ed ho scritto su Facebook MATTARELLA SEI GRANDE, GRAZIE.

La cronaca delle ore successive, le riflessioni personali intorno alle tante reazioni più o meno isteriche e puerili dei protagonisti della vicenda mi hanno confermato nel sentimento di gratitudine che provo per la persona di Sergio Mattarella.

Mi sono chiesto perché approvo la scelta del presidente, ero e sono consapevole che la strada scelta fosse rischiosa, forse più rischiosa del quieto vivere che avrebbe consigliato al presidente di controfirmare poco convintamente e di attendere l’evoluzione delle cose. Eppure sento che ha fatto bene e che la sua assunzione di responsabilità sia nobile e giusta e che alla lunga ne avremo un beneficio.

Chi mi legge sa bene che io sono convinto che siamo in presenza di una crisi di passaggio generazionale e che molti problemi sono legati alla debolezza delle figure paterne e dalla mancanza del no nell’educazione.

Chi mi ha letto recentemente sa che ero un po’ deluso dalla linea morbida con cui Mattarella aveva gestito la crisi, avrebbe dovuto dare subito l’incarico rispettivamente a Salvini e Di Maio esponendo i due leader al rischio del fallimento plateale lasciandoli bruciare singolarmente mentre li ha voluti proteggere attraverso i due incarichi esplorativi che non hanno esplorato un bel nulla se non il fatto che una maggioranza coerente con le linee fondamentali della campagna  elettorale non esisteva.

Solo la minaccia delle elezioni ha portato ad esplorare una improbabile unione tra Salvini e Di Maio in cui i due avversari nelle piazze hanno fatto finta di costruire un programma di governo gestibile per un quinquennio.

La trattativa tra le due forze unite nella promessa di una cambiamento radicale ma divise sulla rappresentanza, i ricchi impauriti del nord e i poveri dispersi del sud, si è prolungata per molto tempo dando a Salvini anche la possibilità di verificare sul campo gli effetti elettorali dell’avvicinamento ai 5 stelle.

Come in tutte le trattative abbiamo assistito ad un tira e molla che gradualmente ha coinvolto lo stesso ruolo della presidenza della Repubblica che ha dovuto assistere silenziosa ad una virtuale campagna elettorale ex post. La trattativa sui temi era ovviamente strumentale alla celebrazione dello scontro/incontro tra i due autoproclamatisi vincitori che potevano considerarsi tali solo se cedevano la propria primazia all’avversario.

La soluzione di compromesso è stata duplice: un programma contratto scritto sotto forma di elenco della spesa in rigido ordine alfabetico della somma di quanto promesso dai due movimenti nelle piazze senza porsi il problema della fattibilità, della coerenza interna e della compatibilità con le condizione al contorno. Chi ha provato a quantificare l’elenco della spesa è arrivato alla modica cifra di un centinaio di miliardi la cui copertura non veniva assolutamente indicata. Il secondo compromesso riguardava i premier che per non scontentare nessuno dei due contendenti sarebbe stato un tecnico non eletto ed estraneo in apparenza dalla politica, una figura piuttosto scialba il cui primo merito era di essere un piacione romano da club del tennis.

Nel frattempo, dietro l’apparente felice convergenza, qualcuno voleva elevare la tensione e faceva avere una copia della bozza di programma alla stampa nella quale si contemplava la possibilità di chiedere una ristrutturazione del debito italiano di 240 miliardi di euro, una cosa che si fa solo quando uno stato rischia il fallimento.

Nonostante l’immediata smentita e l’affermazione che si trattava di una bozza provvisoria, questa rivelazione ha allarmato i mercati finanziari che sino ad allora avevano protetto l’operazione garantendo la stabilità dello spread come se il governo Gentiloni fosse stato confermato.

Smentito il ricorso al concordato e alla ristrutturazione del debito, si è passati ai nomi dei ministri mentre il presidente Mattarella lanciava messaggi espliciti sull’intangibilità dei trattati internazionali e sulla delicatezza dei temi economici per cui intendeva intervenire nella scelta del ministro del Tesoro. A questo punto veniva fatto circolare il nome di Paolo Savona, un economista prestigioso che aveva contribuito come ministro ed esperto alla nascita dell’euro ma che ora, ormai molto anziano, aveva pubblicato un libro in cui sosteneva la necessità di considerare come una eventualità possibile, anzi opportuna, l’uscita dall’euro con un piano B cioè un bliz improvviso e segreto che in una notte del venerdì poteva convertire tutti i nostri conti correnti in una nuova unità di conto diversa dall’Euro. Le fibrillazione della finanza internazionale sono cominciate probabilmente con molti modelli econometrici che valutavano l’impatto globale di un eventuale default dell’Italia (crescita abnorme del deficit se fosse stato realizzato il programma) oppure della deflagrazione della moneta unica per effetto dell’uscita improvvisa dell’Italia con effetto domino in tutto il continente.

Mentre le linee di comunicazione riservate si surriscaldavano, i due giovanotti hanno continuato a sfidare il mondo e la realtà con un ipotesi megalomane del tutto pericolosa.

Nel frattempo molti organi di informazione e i media accreditavano la bontà dell’ipotesi giallo verde e l’ostilità nei confronti delle élite, del PD e delle istituzioni condizionate dai poteri forti. L’attenzione si concentrava sul presidente sia da parte di chi sperava in un suo blocco sia da parte di chi pretendeva una benevola considerazione per il nuovo governo.

La mosca cocchiera

In dirittura di arrivo, quando già l’avv. Conte sembrava aver formato la squadra di governo, Salvini cerca l’appoggio della Meloni la quale nega un suo coinvolgimento richiamando il suo compagno di coalizione elettorale a tornare a casa perché dei pentastellati non ci si poteva fidare. Niente di fatto, Salvini procede, ma nella mattinata della rottura, Meloni, che non aveva alcuna ragione di schierarsi, lancia una sfida al presidente: voglio vedere se ora si permette di stoppare un governo che ormai è fatto.

In questi giorni ho pensato molto al presidente immedesimandomi nelle sue notti insonni e al sentire la Meloni ho capito che Salvini aveva alzato il prezzo: Il governo doveva contenere un personaggio forte, dirompente, capace di incutere timore nelle cancellerie europee e nel contempo umiliare la presidenza della Repubblica che non avrebbe potuto mantenere la promessa che pochi giorni prima aveva ribadito, di essere il garante della stabilità istituzionale e finanziaria del paese.

La commozione con cui ho appreso la sua decisione nasce dall’immagine che io di una padre: è forte, protegge, aiuta, comprende ma sa dire no se è necessario anche se questo lo espone a noie, magari alla ribellione inconsulta dei figli.

Non avevo mai avuto dubbi sulla sua forza e la sua coerenza ed ora mi piace pensare che la sua figura sia emersa con maggiore chiarezza.

Ciò che è successo dopo, ciò che leggo sui giornali, ciò che sento alla televisione e alla radio mi conferma che uno stuolo di mediocri adolescenti che rifiutano l’adultità, e cioè la responsabilità, si sta ribellando e batte i piedi e strilla contro il mondo e la realtà. Sia chiaro tra gli adolescenti metto anche certi vecchi insoddisfatti, rancorosi e impauriti che ingrossano le schiere dei ribellisti che vogliono scendere in piazza contro la realtà.

Grazie presidente, forse non ti meritiamo.

segue

4 risposte a "Quando un padre dice no"

  1. caro raimondo, la tua analisi assomiglia molto a quella di gaberricci, a cui ho appena risposto cose simili a quelle che diro` qui.
    credo che sia sbagliato nell’analisi di questa vicenda scommettere su un asse solido fra Lega e 5Stelle, che del resto mal sarebbe digerito dal loro elettorato, da entrambe le parti.
    credo invece che Salvini abbia giocato Di Maio, puntando ad andare alle elezioni e a governare da solo a capo di una destra che releghi Berlusconi a portatore d’acqua.
    quindi e` giusto dire che Savona e` stato usato per far saltare il governo, ma non credo che Di Maio sia stato cosi` autolesionista da farlo: il suo problema e` che non ha piu` potuto tirarsi indietro e che Salvini lo ha incastrato.
    il fanciullino e` proprio incapace polticamente…

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