Il virus non ha le ali

Quanto contano le parole nella comunicazione? Ieri sera ascoltando i numerosi appelli alla popolazione da parte dei medici, dei politici, dei responsabili della protezione civile ho sentito ripetere la frase ‘il virus si diffonde …‘.

Siccome non si vede a occhio nudo, l’immagine mentale che ne deriva è che il virus è un serpentello, uno scorpione velenoso piccolissimo, invisibile, che va in giro e morde questo o quello a caso. Si parla del virus come se avesse una propria capacità di propagazione, come se avesse le ali.

In effetti nella nostra memoria profonda c’è l’idea che veicoli delle epidemie furono i topi, più recentemente gli uccelli o i maiali, ed ora sono stati i pipistrelli all’origine del contagio. Per il colera si pensavano come fonte di contagio i miasmi dell’aria cattiva che si respirava nelle città in cui le fogne non funzionavano bene. Ci volle molto per capire che il veicolo era invece l’acqua contaminata dalle fogne il cui finivano le deiezioni degli umani infettati.

Sembra quasi certo che la trasmissione di questo virus avvenga tra umani attraverso le goccioline che diffondiamo intorno a noi parlando, starnutendo o tossendo. Un infettato anche senza sintomi, cioè senza saperlo, è il veicolo del virus che ha così modo di spostarsi sulle ali, sulle gambe, sulle auto, sui treni, sugli aerei ad una velocità che solo 100 anni fa era impensabile. Vi lascio immaginare che festa per il coronavirus sia stata la fuga dalla Lombardia verso il sud.

Ma nel nostro mondo moderno non solo il virus si può muovere facilmente e velocemente ma trova occasioni d’oro per moltiplicarsi: se un contagiato prende un treno affollato e si reca da Milano a Roma potrebbe in quelle poche ore trasmette il virus a 4, 5 o 10 persone come minimo e quel giorno il virus è felice perché il suo compito evolutivo di sopravvivere e di moltiplicarsi l’ha assolto alla grande. Per fortuna non tutti prendono un mezzo pubblico senza lavarsi poi le mani, non tutti bisbocciano felici al bar abbracciandosi con gli amici come se la fine del mondo fosse vicina. Una parte della popolazione ci sta attenta, ha ridotto gli incontri, non fa viaggi, non va a teatro, tiene a giusta distanza gli interlocutori, si lava spesso le mani per cui il compito del virus di diffondersi viene ostacolato e rallentato

Sinora in tutti i paesi in cui il coronavirus si è impiantato il tempo necessario al raddoppio degli infettati è di circa 2 giorni e mezzo. Questo vuol dire che un infetto asintomatico, cioè un cittadino sicuro di essere sano e non contagiato, ne infetta in 2 giorni e mezzo un numero sufficiente perché gli infettati complessivi raddoppino. Dal momento in cui compaiono i sintomi ed è lanciato l’allarme possiamo immaginare che quell’infettato non trasmetta più in giro il virus; allora o la persona infettata guarisce o la persona infettata muore. In entrambi i casi i virus muore e non può più far danni. (So bene che l’immunizzazione non è ancora provata ma per semplicità la assumo come sicura).

Insomma i pericolo maggiore per la diffusione del virus siamo noi sani o apparentemente tali: non dobbiamo essere infettati se siamo sani, non dobbiamo infettare se siamo infettati. Noi abbiamo un grande responsabilità perché anche da un solo infettato da parte nostra derivano entro pochi giorni centinaia e centinaia di amici, parenti, concittadini, umani. E se siamo infettati essendo sani saremo a nostra volta per qualche giorno un nuovo nodo da cui dipartono centinaia e centinaia di nuovi casi alcuni di quali certamente capitano tra i nostri cari.

Il virus non ha le ali ma cammina con le nostre gambe.

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