Festa del papà

Nella giornata del papà permettetemi di ricordare mio padre che ci ha lasciato 12 anni fa, pochi giorni prima del traguardo dei 90 anni.

Morì di polmonite contratta forse in ospedale dove era ricoverato per altri problemi. I medici ci comunicarono che non c’era nulla da fare, l’infezione gli dava al massimo 24 ore. Facemmo in tempo a salutarlo tutti e durante l’ultimo giorno a turno io e mio fratello accostavamo l’ossigeno al suo viso quando si capiva che cercava aria. Lentamente perse conoscenza con alti e bassi in momenti di risveglio e di vaneggiamento da cui riemergevano le sue espressioni dolci da padre amorevole.

Nella sua vita aveva fatto di tutto dal contadino al falegname all’operaio al militare, aveva mani d’oro e un’intelligenza fuori dal comune, aveva letto molto, aveva una fede nascosta ma perseverante, aveva avuto successo, due figli laureati e un discreto patrimonio costruito con il lavoro e con il risparmio intelligente.

Apparteneva alla generazione nata nel ’18, nata in piena spagnola con le famiglie decimate dalla guerra, con la povertà più nera, aveva 5 anni quando morì suo padre e fu allevato da una madre bella e forte insieme a una nidiata di 5 fratelli e sorelle. Da giovane combatté nella seconda guerra mondiale e silenziosamente fece parte di quella schiera di italiani che ricostruirono quello che la guerra nazifascista aveva distrutto.

Quell’ultima giornata in cui reggevo la maschera dell’ossigeno è rimasta nel mio profondo: il mistero della natura che fa evolvere le varie specie di viventi con la morte dei più deboli e si rinnova con la nascita di nuovi individui che devono apprendere moltissimo per eguagliare o superare padri e nonni, mamme e nonne.

Ora siamo in piena emergenza del Coronavirus e non posso dimenticarlo anche se il mio cuore è vicino a mio padre, questo racconto è il preambolo di qualche riflessione solo apparentemente sghemba.

Il problema dei conteggi

In questi giorni si sta discutendo su come contare i morti da coronavirus, da o per? concausa o causa diretta?

La questione è importante perché è legata alle scelte politiche che altri Stati, almeno all’inizio, hanno fatto: se si contano coloro che sono morti solo per il virus, la mortalità è molto bassa e si potrebbe derubricare il tutto come una banale influenza come quasi tutto l’Occidente tranne l’Italia ha fatto nelle prime settimane. Ovviamente, se il virus come concausa opera in poche settimane con centinaia di migliaia di morti che si fa fatica a sotterrare, il prezzo politico è così alto che nessun sistema sociale, nemmeno quelli autoritari e forti, si può permettere.

Il conteggio dei morti serve anche a valutare induttivamente il numero dei contagiati non ancora positivi ai test. Ad esempio se i coreani avessero conteggiato per difetto i loro morti, il loro tasso di mortalità così basso non potrebbe essere adottato per dire quanti contagiati abbiamo in Italia in cui il rapporto tra i morti e i positivi è 5 volte più alto. Assumendo i due conteggi come omogenei si potrebbe dedurre che abbiamo una schiera di contagiati anonimi che è 5 volte quella che stimiamo correntemente. Insomma non un mero problema di metodologia statistica ma una questione politica che deve orientare le scelte che giorno per giorno si devono fare.

Se seguite questo blog e avete letto I più pericolosi sapete che qualche giorno fa stimavo in modo molto grossolano e per difetto in 60.000 gli infettati che stavano incubando e che erano sicuri di non essere infetti, i più pericolosi appunto. Leggevo ieri che studiosi ben più autorevoli e informati di me stimano in 100.000 questi pericolosi. Una ragione per non abbassare la guardia e continuare con la segregazione forzata perché se questi circolano liberamente magari per lavoro continuano a infettare gli altri, magari anche a casa propria propagando l’epidemia.

Vorrei proporre un altro approccio per il calcolo dell’incidenza del virus sulla mortalità complessiva: prendiamo la tabella che certamente esiste della mortalità, la frequenza dei morti ogni giorno in tutto il paese. Potremmo calcolare i morti a settimana, potremmo fare la media sugli ultime tre anni, avremmo per ciascuna settimana la mortalità normale, che confrontata con la mortalità di questi giorni ci potrebbe dare l’effetto complessivo netto del virus. Temo che dati aggiornati in tempo reale su tutti i decessi non siano disponibili e che questi calcoli si potranno fare solo a posteriori, potrebbe essere un modo per aggirare la questione metodologica attuale che non sarebbe allora un problema per i patologi ma per gli statistici demografi.

Abbiamo bisogno di un padre

Le discussioni di questi giorni non riguardano solo le strategie di intervento e i numeri ma anche le prospettive future e gli assetti nuovi del nostro sistema politico e sociale dopo questo grande trauma.

Appare sempre più evidente che molti di noi sono affascinati dal modo autoritario e forte con cui la Cina ha affrontato con successo il problema. L’Europa e gli Stati Uniti, le grandi democrazie occidentali, sono messi alla prova e, ironia della sorte, ha fatto da apripista la democrazia più sgangherata, quella con una rappresentanza delegittimata, fatta di istituzioni sgretolate in mille rivoli decisionali, quella che si basa su una economia languente e malata da tempo. Mi riferisco all’Italia.

Si sente che siamo orfani di qualcosa, di un’idea della nostra comunità, di leader coraggiosi e leali, di intelligenza operativa. Lo Stato è una mamma da cui succhiare e pretendere, guai se volesse imporre regole o sanzioni come farebbe un padre: tutto deve essere servito a la carte, anche la salvezza in una catastrofe senza precedenti. Lo so è una mia fissa, basta mettere nel campo di ricerca del mio blog la parola Padre e capire come la penso.

Auguri a tutti padri, auguriamoci di essere degni di un grande privilegio.

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