Prima uscita

Solo ieri ho fatto la mia prima vera uscita da casa. In tutto questo periodo del lockdown mi sono limitato a portare l’immondizia al cassonetto, nient’altro. Tutto ciò che ci è servito è stato recapitato a casa. Finalmente una passeggiata di un’ora e mezza fino a villa Pamphili.

Ho avuto la stessa sensazione che si prova quando si torna in un luogo familiare dopo molto tempo: la percezione delle dimensioni degli spazi sembra essere mutata, le macchine sembrano sfrecciare più veloci e più minacciose. Mi inoltravo osservando tutto con occhi indagatori per cogliere cosa era cambiato.

Una lunga fila davanti alla posta: tutti avevano la mascherina, qualcuno la portava a mezz’asta per telefonare o fumare ma sembrava una fila inglese.

La mia curiosità riguardava soprattutto i bar, lungo il percorso per arrivare alla villa ce ne sono almeno tre, il primo di gran successo, nelle ora di punta si faceva fatica ad entrare, una ottima pasticceria, panini goduriosi ma con spazi troppo piccoli per la clientela che aveva, il secondo altrettanto piccolo ma meno affollato tenuta da una coppia di giovani e da altri familiari, il terzo più spazioso, con tavoli per le consumazioni all’interno e all’esterno sempre pieno di anziani che chiacchieravano amenamente. In questi giorni mi ero chiesto spesso come avrebbero potuto rispettare il distanziamento. Nel primo bar, quello di successo, ho notato sbirciando da fuori che il numero degli addetti era rimasto pressoché invariato, che la vetrina delle pastarelle e delle torte era ricca come al solito, che ben distanziati c’erano quattro clienti serviti al banco e all’esterno altri tre si erano messi in fila. Sulla vetrina numerosi cartelli spiegavano come era organizzato il servizio di asporto della pasticceria. Mia conclusione, ce la faranno e alla grande. Arrivato al secondo bar lo vedo vuoto ma ristrutturato con pannelli di plexiglas distanziatori con tre punti di servizio su un banco in cui prima ci potevano stare almeno sei clienti, un distributore automatico di gel disinfettante all’esterno con un foglio di istruzioni con il protocollo di sicurezza. Il tempo di osservare e leggere i cartelli che il bar si riempie di 4 avventori che pagano alla cassa e si dispongono davanti ai tre punti di servizio ed uno aspetta alla cassa. I due giovani, marito e moglie si danno da fare come al solito e il clima che si percepisce dall’esterno è invitante e rassicurante. Anche loro ce la faranno, anche in passato non mi era mai capitato di vedere più di tre o quattro avventori. Il terzo bar, quello con i tavoli all’esterno, è anch’esso animato forse da un piccolo gruppo di congiunti con un bambino che viene spupazzato, alcuni con la mascherina altri senza. Anche il terzo bar sopravviverà.

Lungo il percorso ci sono anche due banchi della frutta e verdura di quelli ambulanti che normalmente avevano cassette appoggiate disordinatamente sul marciapiede. Ebbene anche loro avevano brillantemente risolto il problema: intorno al perimetro del banco ad un metro circa di distanza un nastro di quelli colorati a strisce per i lavori in corso delimitava la posizione dei clienti che dovevano attendere di essere serviti rimanendo sul bordo senza poter toccare la merce. I commessi si muovevano agilmente intorno al banco preparando e pesando la merce e alla fine consegnavano il sacchetto a ciascuno. Anche in questo caso, nei pochi minuti in cui mi sono soffermato ad osservare, il numero dei clienti è aumentato al punto che il distanziamento intorno al banco non era sufficiente e la commessa ha indicato il luogo dove la gente doveva disporsi in fila per non creare un assembramento.

Ero entusiasta e rinfrancato dalle mie paure e dalla mia ansia: a forza di sentire le lagne televisive dei commercianti che si facevano intervistare ero convinto che la ripartenza fosse impossibile. Certamente tre bar e due banchi della verdura non sono l’universo del mondo produttivo e commerciale italiano ma rappresentano bene quel mix di ingegnosità adattiva e di voglia di resistere che sono il motore di una ripartenza corale dopo uno stop imposto dalla paura. I prati di Villa Pamphili erano stati tagliati di fresco, molti runner isolati, qualche piccolo gruppo, due o tre persone con un cane, alcuni in bici, più della metà con la mascherina. Per tutto il percorso per strada ho ovviamente tenuto la mascherina ma dentro la villa, quando sul mio viottolo non scorgevo nessuno, me la sono tolta per respirare meglio per poi rimettermela quando stavo per incrociare un’altra persona. Stessa cosa osservavo negli altri, mascherine abbassate o rimesse a seconda degli incroci previsti sul percorso, un po’ come di notte si fa con gli abbaglianti e gli anabbaglianti della macchina.

Piacevole camminata che non solo mi ha rinfrancato fisicamente dopo un lungo periodo di sostanziale immobilità ma mi ha anche convinto che la situazione è migliore della rappresentazione mediatica troppo ansiogena e cinica.

segue

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