Così, si è arrivati a definire il Parlamento una palude. Mussolini l’ha chiamato aula sorda e grigia. La Meloni mostra il suo risentimento verso un organo costituzionale di rappresentanza che evidentemente stima poco. Infatti per quattro anni lo ha costretto ad approvare rapidamente e senza discussioni una serie di provvedimenti che il governo presentava come decreti legge con il ricatto della fiducia.
Il governo ha sempre vantato la sua stabilità e il fatto che avesse superato la durata di governi che lo avevano preceduto. La stabilità è stata presentata come un valore fondamentale che la nuova legge elettorale doveva assicurare. Siamo passati da un sistema maggioritario che doveva però garantire l’alternanza delle maggioranze possibili ad un sistema che doveva garantire la stabilità della maggioranza in essere rispetto a ciò che poteva essere deciso dagli elettori nelle successive elezioni.
La legge Melonellum in realtà crea i presupposti per la costituzione di un regime stabilizzato come fece la legge Acerbo nel 23. Ma la stabilità e la stasi senza la possibilità di un ricambio determina acque limacciose, un fiume chiaro e fresco diventa rapidamente una palude putrescente; è quanto la Meloni si è ritrovata nella sua maggioranza: un coacervo di forze e di individui che per quattro anni hanno fatto prevalere l’interesse di potere e la sopravvivenza personale e di gruppo alle ragioni del bene comune e della gestione della Repubblica. Per questo vogliono eliminare i seggi uninominali che consentono all’elettore di sapere chi sta effettivamente eleggendo. Purtroppo la palude limacciosa ha impedito anche alla minoranza di formulare una propria proposta chiara e difendibile, migliorativa dello stesso Rosatellum, che fu approvato dal centro sinistra. Doveva forse rivendicarne la paternità e difendere il Rosatellum di fronte agli elettori.
Altra occasione persa.
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