La forza delle donne

Oggi ho avuto un bell’attacco di nostalgia. Sono andato al Mamiani, un liceo storico di Roma, per fotografare un vecchio poster su Lucio Lombardo Radice del quale tra pochi giorni ricorre l’anniversario della morte.

Il Mamiani è in autogestione e gli ingressi sono presidiati dagli studenti. Chiedo della professoressa Cassieri e gli studenti mi fanno passare ma mi chiedono di partecipare alla colletta raccolta fondi, dico che se ne parlerà all’uscita. In portineria l’addetta mi chiede se ero stato convocato. Non sono un genitore né un nonno e tantomeno un giornalista, preciso, visto che sono provvisto di macchina fotografica. Consultazione telefonica e vengo indirizzato al secondo piano verso la sala professori. Attacco di nostalgia: i ragazzi si muovono liberamente per la scuola, c’é un bel clima, una bella gioventù, c’é un ordine spontaneo, una disciplina educata, numerosi varchi in cui coppie di ragazzi vigilano e osservano, sembra proprio che la scuola stia funzionando.
La professoressa mi accompagna con l’ascensore nei sotterranei in cui ha realizzato un laboratorio-museo di matematica. Un posto da visitare per certi versi incredibile, realizzato con materiali recuperati nella scuola, ordinati e valorizzati in teche che però sono utilizzate in esercitazioni didattiche dei corsi di matematica.

Lucio Lombardo Radice è stato uno studente del Mamiani e al muro oltre al poster che dovevo fotografare è esibita la pagella dell’ultimo anno di Lucio. Patrizia Cassieri è fiera del proprio lavoro e dei suoi studenti e mi mostra le cose che stanno facendo, l’ultimo lavoro in corso sulla crittografia. La nostalgia si trasforma in un pizzico di invidia.

Al termine Patrizia mi accompagna all’uscita e si dirige nel cortile popolato da vari gruppetti di ragazzi verso un gruppo di professori. Vieni, ti presento la preside. Cerco di indovinare chi fosse e mi aspetto di riconoscerla ma mi presentano una signora piuttosto giovane dagli occhi azzurri e sorridenti. Mi presento e dico che sono un ex collega. Non l’ho mai vista negli incontri tra dirigenti e chiedo: sei vincitrice dell’ultimo concorso? Capirai, sono 16 anni che faccio la preside. Mi snocciola le sedi in altitalia in cui ha servito. Parliamo della autogestione e con poche battute mi fa capire quanto sia consapevole delle opportunità e dei rischi della situazione, ma è lì tra i suoi studenti, sorridente ma vigile ed attenta, due battute per capire che ha il polso fermo ma che vive la scuola come il luogo della crescita dei giovani. Quei due è un’ora che stanno ad amoreggiare al cancello, dice, la scuola non è mica un carcere. Sí perché ciò che non le va è che siano separati da un cancello, l’una dentro e l’altro fuori. Una ragazza con il megafono ricorda agli altri che sta per iniziare una attività in aula magna e dice di rientrare. Non voglio approfittare della cortesia della preside e saluto. La preside si dirige verso i ragazzetti del cancello.

Uscendo penso che tutto ciò non è mai rappresentato dai nostri mass media. Della scuola pubblica e dei giovani si può parlare solo male.

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