Fuori da Villa Falconieri 2

Nell’andar via da Villa Falconieri non avevo tagliato tutti i ponti, con il presidente avevo un ottimo rapporto ed ero molto legato al lavoro svolto e alle persone con cui avevo lavorato. Così mi dichiarai disponibile a curare la chiusura dell’indagine Vamio e la sua ricaduta didattica.

La somministrazione del test come prova diagnostica nel primo anno delle superiori era riuscita bene: Visalberghi ci teneva che accanto alla diagnosi delle difficoltà rilevate dal test ci fossero dei materiali o delle strategie didattiche per il recupero specifico. Avevo preparato un programma elettronico per l’elaborazione locale dei dati che oltre ai punteggi per ogni studente segnalava il livello di competenza e le eventuali carenze gravi su 5 aree del programma.  In pratica il programma era in grado di costituire i gruppi di recupero.

Insomma c’era ancora del lavoro da fare ma avevo deciso di dare un taglio netto perché la fine di un lavoro di ricerca non si vede mai. C’erano ancora fondi sulla dotazione riservata al VAMIO così decidemmo di stampare copie del test da mettere a disposizione delle scuole, un bel mucchio di pacchi fu scaricato dalla tipografia in una stanza inutilizzata della Villa. Sapevo però che se non me ne fossi occupato io sarebbe andato tutto al macero.

Nel giorno libero dalle lezioni sistematicamente andai a Frascati fino alla primavera successiva. Avevo diffuso tramite il solito notiziario dell’UMI l’informazione che erano disponibili copie di un test di matematica corredate dal programma per l’elaborazione, bastava richiederlo e pagare le spese vive, poco più delle spese postali. La cosa non era banale per le scuole e per il CEDE, anche una sola lira richiedeva registrazioni in bilancio in entrata o in uscita. Per rendere la cosa più complicata  l’amministrazione del CEDE stabilì che avremmo dovuto applicare l’IVA ed emettere fattura. Un modo per dire: lascia stare. Ovviamente dissi che non c’erano problemi e curai anche l’emissione, la stampa e la registrazione delle fatture. La mia giornata in Villa era allora scadenzata nella  apertura delle lettere e dei fax, registrazione dei richiedenti, confezionamento dei pacchi per la spedizione, stampa delle fatture e stampa delle etichette, etichettatura dei pacchi, trasporto dei pacchi alla portineria che avrebbe spedito i pacchi il giorno seguente. A un certo punto feci anche il recupero crediti per telefono perché le scuole tralasciavano di eseguire il pagamento tempestivamente data l’esiguità dell’ammontare del pagamento.

Il mucchio di test rapidamente si esaurì e verso la primavera andai dalla segretaria del CEDE per dire che avevo finito la scorta di copie e non sarei andato più, liberavo definitivamente la scrivania che avevo usato. La segretaria generale, una preside molto gentile e cortese mi disse: scusa Raimondo se te l’ho tenuto nascosto ma nei mesi scorsi c’è stata una ispezione del ministero e Visalberghi ha dovuto giustificare la tua posizione. E’ tutto a posto ma c’era stata una lettera anonima che accusa Visalberghi di favorirti economicamente. La lettera era ben documentata, non sappiamo chi sia stato, certamente un interno. Ci rimasi ovviamente male ma sentii che la scelta di andarmene era stata più che opportuna. (capite perché detesto fortemente l’odiosa legge che premia e protegge le spie nella pubblica amministrazione per combattere  la corruzione?)

In effetti Visalberghi mi aveva molto favorito in molti modi ma non nel modo in cui gente meschina ed invidiosa poteva immaginare.  Ero fuori dalla Villa Falconieri ma i legami profondi ideali ed affettivi rimanevano vivi e stabili, legami che si rinforzavano con la collaborazione a vari progetti in cui Visalberghi e i suoi allievi collaboravano.

Ma basta a parlare delle mie imprese, torniamo a Villa Falconieri. Sì perché nel 1995 tornai a Villa Falconieri. Come fu, forse lo avete capito, fu una scelta in parte opportunistica. Stavo perdendo il posto al Fermi, completavo la cattedra in due scuole, in una delle due avevo un preside ossessionato dalle norme e dalla puntualità. Il venerdì ad esempio avevo le prime due ore al Fermi, 45 minuti di intervallo e due ore successive all’altra scuola che era raggiungibile in macchina passando per il Grande Raccordo Anulare. Avevo quasi 20 minuti di margine se non c’era traffico, bastava una coda che rischiavo di arrivare in ritardo. Non era un gran problema, non succedeva nulla, solo che suonata la campanella il foglio firma veniva portato da un solerte bidello sulla scrivania del preside e si andava a firmare là. Questa cosa mi creava un’ansia terribile al punto che un giorno, arrivando dovetti di corsa andare al cesso a vomitare per lo stress. Stare in due scuole mi rendeva evanescente nei due contesti, la mia disciplina aveva solo 3 ore distribuite in due giorni per cui i ragazzi poco mi vedevano in giro e poco mi consideravano.

Mi telefonò Gabriella, una carissima collega ed amica del CEDE, per dirmi che avevano pubblicato il bando di concorso per nuovi comandi e che dovevo proprio tornare. Anche Lucilla alla fine disse che una sede a Frascati era preferibile all’incertezza di spezzoni orari a Roma. Così feci il concorso di nuovo e vinsi. Nel settembre del ’95 ripresi servizio a Villa Falconieri.

Così, per evitare qualche minuto di ritardo al suono della campanella, preferii i 70 km giornalieri con l’orario flessibile!

seguito

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