Fuori da Villa Falconieri

Quell’estate dell’88 fu particolarmente lunga, o meglio, le vacanze furono particolarmente lunghe perché oltre ai 30 giorni di ferie avevo da consumare ferie pregresse e giorni di recupero di ore di servizio eccedenti accumulate nel tempo; infatti ritornare alla sede di titolarità era come iniziare un nuovo servizio.  

Mentre mi godevo i miei figli e la famiglia, spesso pensavo al cambiamento a cui andavo incontro, niente più viaggi stressanti di 70 km al giorno, la scuola era vicino casa, niente più tensioni e competizione, forse potevo tornare a lavorare per l’editore, chissà.

In giugno una telefonata mi aveva un po’ preoccupato: ero stato invitato a tenere in autunno  una conferenza per docenti in una università del nord e dovevano fissare la data per pubblicare il programma. Correttamente dissi che stavo lasciando il CEDE e che a rigore non potevo prendere degli impegni prima di parlare con il mio preside. Appena saputo ciò la mia interlocutrice all’altro capo disse che, se così stavano le cose, non poteva inserirmi nel programma. Non mi dava neppur un minimo di tempo per organizzarmi, era evidente che lo status di docente secondario non era adeguato al livello accademico del seminario in preparazione. In effetti la mia scelta  significava scendere da una posizione elevata ad una meno prestigiosa e rispettata.

Nuove opportunità

Tornammo a Roma subito dopo i primi temporali di fine estate dopo il 20 di agosto. Stavamo ancora mettendo a posto i bagagli e le mille cose dei ragazzini che il telefono squillò. Roma era ancora deserta ed i nonni erano stati già avvertiti che il viaggio era andato bene. Chi poteva essere?

Un voce femminile, squillante e giovanile, gentile ed accattivante mi chiese se ero il professor Bolletta. Abbiamo letto il suo articolo sul test Vamio e siamo molto interessati. Il provveditore Draghicchio le chiede se è disponibile a tenere un corso a Bergamo per i nostri docenti. Sono l’ispettrice Barzanò … Mi illustrò rapidamente le attività che avevano sviluppato sui temi della valutazione e mi fece capire che era mio interesse inserirmi nel progetto. Rimasi interdetto e intimidito perché immediatamente avevo avuto l’impressione che fosse una ragazza molto giovane, magari una segretaria, ma ciò contrastava con l’immagine  di ispettrice che avevo in testa e con la ricchezza di linguaggio che emergeva dal suo rapido racconto. Io rientro a scuola e quindi non posso prendere impegni, ho lasciato il CEDE. Lei mi rispose. Va bene lo stesso, per ora la ringrazio, le lascio qualche giorno e poi ci sentiamo.

Passano alcuni giorni e una sera verso le 11 suona ancora il telefono, questa volta una voce maschile, stentorea e autorevole mi chiede a bruciapelo: senta, io domani mattina ho la riunione con i sindacati per il varo del piano di formazione, ho bisogno che lei sciolga la sua riserva. Il corso si terrà prima dell’inizio delle lezioni, ma se c’è bisogno, con il suo preside ci parlo io. Per i particolari si metterà d’accordo con l’ispettrice.  Era il dott. Draghicchio.

Altro che corsetto di aggiornamento, mi ero cacciato in una nuova impresa, in un progetto che avrebbe qualificato la mia vita professionale per molti anni.

Fuori da Villa Falconieri non c’era il deserto, c’erano tante opportunità che potevano essere colte per continuare a fare qualcosa di utile e per crescere professionalmente.

La scuola cambiata

Dunque tornavo alla mia sede di titolarità l’ITIS Fermi di Roma. Erano passati solo sei anni ma trovai la scuola radicalmente cambiata: da istituto tecnico prestigioso e selezionato che rilasciava diplomi spendibili sul mercato romano era diventata una scuola affollata di studenti meno motivati, più chiassosi, meno ordinati. Dalle stanze felpate e riccamente affrescate di Villa Falconieri mi ritrovavo in una scuola di periferia, un po’ sporca, già piena di graffiti, di bandarelle di giovanotti imbrancati dietro ai più minacciosi. L’edificio costruito alla fine degli anni 50, un esempio di buona architettura scolastica moderna, era ricco di spazi ed era funzionale ad una didattica attiva e accogliente per i giovani. Ma nel tempo piccoli interventi di adattamento e la scarsa manutenzione l’avevano sfigurato al punto che appariva come un edificio grigio, disadorno, d’altri tempi.

Tornavo ad insegnare Calcolo della probabilità, statistica e ricerca operativa nel triennio informatico, materia che prevedeva un terzo del tempo in laboratorio informatico in laboratori nuovi con macchine che non conoscevo.  Non ho mai avuto problemi disciplinari con i ragazzi ma qualcosa era cambiato forse in me, certamente nei ragazzi.

In una quarta, la classe più difficile perché poco propensa a lavorare, feci il solito pistolotto sull’importanza del voto di maturità dicendo che per ottenere  un buon punteggio non bastava un imparaticcio di pochi mesi ma serviva un lavoro metodico su più anni, compreso il quarto. Mi risposero subito: a professò, ma ‘ndo vive, mi fratello ha preso sessanta e sta a vende scarpe.

Già in quegli anni la crescita che aveva assicurato posti di lavoro sicuri e remunerati ai diplomati di elettronica ed informatica si stava esaurendo ed iniziava la stagnazione. E ciò a scuola si sentiva e si sente in modo amplificato (Racconto ciò pensando ai colleghi che insegnano ora, ai più giovani perché comprendo, avendolo sperimentato, quanto sia difficile il loro lavoro in un contesto economico stagnante che non promette di premiare esiti scolastici brillanti).

Il rientro nei ranghi non fu immediatamente facile, sentivo la sottile ironia di molti colleghi che mi dicevano, allora sei tu quel Bolletta che veniva sempre chiamato negli appelli dei collegi docenti e che aveva sempre un sostituto. Mi guardavano appunto come un imboscato che aveva perso una posizione di privilegio e che ora sperimentava cosa volesse dire insegnare. Al primo collegio docenti, che si teneva in una enorme e solenne aula magna, intervenni al microfono dal podio e tornando al mio posto sentii distintamente una collega chiedere alla vicina, chi è quello? e l’altra rispose ‘un craxiano che hanno trombato al CEDE’.

Per fortuna le cose andarono a posto immediatamente. Il preside, sempre presente, si vedeva però poco ai piani bassi, tutto il servizio di noi docenti era regolato da un gruppo di collaboratori guidato da Olga Giarratano, una docente di italiano di grande cultura, ironica, simpatica, dolce, amichevole che aveva come unico difetto quello di vestire malissimo, sempre con dei blue jeans sdruciti. Intorno a lei un gruppo di docenti accoglienti e di valore tra i quali mi sentii immediatamente a mio agio, a casa mia. Olga era una comunista a tutto tondo ma i fascistelli della scuola, e non ce n’erano pochi, la rispettavano e ne sentivano l’autorevolezza nonostante  l sua figura  esile e dimessa.

Cambiamenti veloci

L’altra sorpresa del ritorno a scuola fu di scoprire che il picco di iscrizioni che c’era stato all’inizio degli anni 80 nel  corso informatico si stava rapidamente contraendo per cui anche le cattedre dell’indirizzo di stavano riducendo. Mi sentivo però sicuro, ero il secondo in graduatoria dopo Umberto e prima di un’altra collega. La stabilità della sede è un punto di arrivo per un docente, vuol dire poter programmare e investire nell’istituto di appartenenza, vuol dire organizzare la propria vita privata con spostamenti decenti, vuol dire coltivare le relazioni di amicizia con i colleghi. (anche qui sottolineo questo fatto contro una delle sciocchezze della cosiddetta ‘buona scuola’ che vorrebbe destabilizzare tutti sull’altare della progettualità triennale dell’istituto).

La stabilità della cattedra  era però una pia illusione, nel giro di pochissimi anni, esattamente 4 anni, la terza cattedra sparì e la mia si dimezzò, alla fine dovetti completare l’orario di insegnamento in un’altra scuola in un altro quartiere.  (Per chi non è pratico della scuola va detto che nello stesso istituto scolastico ci possono essere insegnamenti apparentemente simili ma che richiedono abilitazioni distinte, è il caso di matematica e di matematica applicata. Il mio insegnamento afferiva alla graduatoria di ‘matematica applicata’ che era distinta da quella di ‘matematica’ . Poteva così capitare che con quasi 20 anni di anzianità si perdesse il posto mentre un collega di ‘matematica’ molto più giovane  poteva rimanere tranquillamente nell’istituto).

Racconto questi fatti, anche se possono sembrare troppo personali, perché, contrariamente a quanto comunemente, si ritiene il sistema scolastico è esposto a cambiamenti di contesto, culturali, politici ed economici spesso molto rapidi e dirompenti. A questi cambiamenti la scuola fa fronte non solo e non tanto con ‘riforme’ strutturali ma con adattamenti e mutamenti continui. Le mode  nelle scelte degli indirizzi di studio ne sono un esempio: negli anni 70 e 80 fu l’informatica ad essere la preferita, in questi ultimi anni l’alberghiero e la cucina.

Gli atteggiamenti dei ragazzi mutano ancor più rapidamente e in modo ondivago: negli anni 70 ho avuto ragazzi solari, disponibili, interessati con famiglie presenti e motivate a collaborare, tornato a scuola nell’88 ho scoperto il fenomeno del branco, ragazzi forse più timidi e insicuri ma strutturati in piccoli gruppi amicali che esibivano a scuola e fuori la propria forza a volte violenta. Per la prima volta vidi nella scuola uno studente giovanissimo con la svastica rasata sulla testa, segno di un disagio soprattutto tra i maschi che covavano rancore e violenza potenziale.

Nel 2007, molti anni dopo, in una situazione analoga di rientro nella scuola militante, la cifra distintiva del cambiamento tra i giovani mi sembrò essere l’assenza di paura, non nel senso di avere coraggio ma nel senso di non percepire alcun ente o persona superiore o evento che potesse diventare fonte di dolore e di sofferenza, nessuna punizione era da temere.

Nel volgere di pochi anni avevo assistito alla bolla dell’informatica e cominciavo ad osservare gli effetti delle TV baby sitter. Esattamente un anno dopo, nel settembre ’89 trovandoci al bar dopo una riunione scolastica il mio collega di elettronica Granatelli mi chiese come erano andati i miei studenti all’esami di maturità. Ero stato membro interno di una sezione un po’ difficile. Il collega mi chiese come erano andati in italiano, perché lui aveva notato che c’era stato come un gradino, un significativo degrado da un anno o due, i ragazzi non sapevano più scrivere e mostravano scarsissimo interesse per le tematiche culturali. Che succede, chiese lui. Facemmo un rapido calcolo, quella era la prima generazione che quasi fin dalla nascita aveva avuta la televisione accesa tutto il giorno in casa, erano i figli della liberalizzazione delle TV. Rincarai la dose raccontando che certi argomenti e certi esempi nella mia disciplina 10 anni prima stimolavano l’interesse dei ragazzi mentre ora li lasciavano del tutto indifferenti.

seguito

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