Memoria evaporata?

Oggi ho finito di leggere un libro che vorrei segnalare soprattutto ai miei coetanei.

Si tratta di La memoria spezzata di Giuseppe Fiori edito da +Manni.

In una casa di riposo di Roma alcuni ultrasettantenni sono alle prese con la memoria che sembra evaporare con il passare degli anni.

Il protagonista è il commendator Tinebra, ricoverato coattivamente dal figlio perché in un attacco di grave amnesia si era perso per settimane in giro per la città. Egli aveva lavorato ai servizi segreti e stando a molte chiacchiere degli altri ospiti della casa sembra essere in preda a paure paranoiche circa complotti orditi contro di lui per carpirgli segreti di Stato di cui lui solo è a conoscenza. Si capisce subito dal racconto che il nodo riguarda proprio la strage di piazza Fontana e quel periodo storico che va della fine degli anni sessanta, in cui è successo di tutto, fino alla fine degli anni settanta cioè all’assassinio di Aldo Moro.

Il libro ha molti piani di lettura, quello più superficiale della vicenda abilmente costruita per create una suspence che coinvolge il lettore, quello dei fatti storici reali che l’autore evoca e di cui il lettore medio di una certa età ha diretta conoscenza ma incerta memoria, quello dell’esercizio ‘terapeutico’, in cui la lettura del racconto impegna il lettore nella ricostruzione della propria memoria quasi fosse lui stesso ospite della casa di riposo ‘Lungo tramonto’.

Il romanzo, attraverso frequenti dialoghi e riflessioni tra i personaggi che popolano la casa, consente al lettore di verificare la propria memoria, ripensare ad una stagione della propria vita ormai molto lontana. L’intreccio tra il ricordo di informazioni certe ed oggettive e di fatti immaginati o desiderati è l’esperienza che ciascuno di noi più anziani fa quasi quotidianamente ed per questo che sono portato a ritenere che questo libro ‘acchiappi’ di più un anziano che un giovane quarantenne.

Per la verità temo che l’evaporazione della memoria sia un problema che riguarda non più soltanto le generazioni più anziane ma che si stia propagando come una epidemia alle generazioni più giovani in cui la distrazione e la smemoratezza non dipende solo dal decadimento circolatorio delle sinapsi ma dalla velocità estrema con cui siamo esposti ad una pluralità di stimoli percettivi e conoscitivi dalle nuove tecnologie per cui potremmo dire che la memoria spezzata sia una sindrome collettiva di questo tempo. Anzi possiamo pensare che la percezione del tempo storico, della politica, dell’economia, della vita delle istituzioni sia radicalmente cambiata, più che di frammentazione dovremmo parlare di cancellazione e rimozione.

Questo mio blog che ho cominciato a scrivere da quando sono andato in pensione in fondo funziona come gli esercizi mnemonici di ‘Lungo tramonto’ è il tentativo di fissare nel racconto e nella ricostruzione riflessiva la memoria che altrimenti lentamente evapora. Le nuove tecnologie mi consentono di farlo in modo disordinato, episodico, senza troppi sforzi su un supporto che è esso stesso evanescente è precario come le memorie elettroniche della rete. Ma rispetto ai diari scritti su carta il sistema su cui scrivo ha una sua intelligenza per cui ricostruisce sulla base delle parole usate quelle connessioni che sono sorprendenti anche per me che ho scritto i post.

Caro Bolletta, non riesci a stare al compito, stai recensendo un libro e parli del tuo blog! Avete ragione, ma era un modo per dire altro ancora sul libro e sul suo autore, abbiate pazienza se la recensione diventa un racconto.

Ai primi di settembre al termine di una delle mie passeggiate a Villa Pamphili ho incontrato Beppe Fiori che conoscevo di fama come ex direttore generale del Ministero della Pubblica Istruzione e come autore di libri gialli spesso in coppia con Calcerano. Ci eravamo conosciuti meglio nella redazione di Education2.0 ma quell’incontro, sudati dopo una camminata, era piacevolmente sorprendente. Sai, io ti leggo spesso, seguo i tuoi pezzi sul tuo blog, sto pubblicando un libro che ti potrebbe piacere. Volentieri, dimmi quando esce. Qualche settimana dopo mi telefona chiedendomi dove potevamo incontrarci per scambiarci il libro. Ne è nata una cenetta con l’autore a casa mia in compagnia di altri quattro amici e amiche. Si è parlato di molte cose, tra l’altro dell’uso che la nostra generazione potrebbe utilmente fare dei social e dell’informatica. Del libro ci ha detto poco, se non la descrizione del lavoro di documentazione e studio che aveva fatto per poter dare voce agli esperti di patologie della memoria che nel romanzo erano presenti ma l’informazione più importante riguardava lui, l’autore. Prima di lavorare come burocrate al MPI aveva vinto il concorso in polizia ed aveva lavorato con Calabresi fino a 2 mesi prima della bomba Piazza Fontana quando aveva lasciato la polizia per assumere servizio alla Pubblica Istruzione.

Nella storia del romanzo c’è proprio anche lui con lo stesso nome Beppe e molti tratti che lo caratterizzano. Il libro assume allora un valore più intenso poiché in parte è un racconto autobiografico in qualche punto preziosamente intimo.

A proposito, non è un racconto nostalgico come facilmente accade a chi racconta della sua giovinezza, è un racconto sereno, maturo e severo, pieno di speranza.

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