Festa della Repubblica 2018

L’epilogo della crisi di governo lascia in me un misto di frustrazione, preoccupazione, allarme, delusione. Insomma questa festa della Repubblica per me non è affatto allegra.

Vorrei condividere con i miei lettori una riflessione sul ruolo giocato dal Presidente Mattarella nella  formazione di un governo dopo elezioni che hanno fatto emergere almeno tre blocchi sociali e politici che sembravano tra loro incompatibili e incapaci di collaborare con un parlamento privo di una maggioranza coerente con la campagna elettorale.

Il potere dell’aritmetica, la voglia di potere degli umani hanno però chiuso il cerchio e prodotto l’ipotesi meno incoerente di governo: una alleanza tra le due forze che a destra a sinistra avevano attratto le posizioni più populiste. Ripeto ciò che io assumo come populismo ovvero quel fenomeno sociale e politico in cui le classi dominanti e privilegiate riescono a schierare le masse più povere contro altre masse altrettanto povere ma che vengono additate come nemico di classe. Il populismo della Lega è evidente, il nemico sono gli immigrati che ti prendono il posto e le mogli, per i 5 stelle il meccanismo è più indiretto ma altrettanto efficace, l’odio per la casta dei politici, per l’establishment, per la sinistra tradizionale per le élite che si traduce in un ‘noi contro loro’  applicabile ovviamente anche all’immigrato che ti toglie il lavoro o al pensionato che guadagna troppo.

L’alleanza tra 5S e Lega ha molte ragioni, la prima come ho detto, è quella aritmetica e l’ultima è la capacità delle due forze di scombinare e distruggere i due schieramenti in cui hanno pescato voti rispettivamente a sinistra e a destra. L’altra somiglianza sta nella natura trasversale ed interclassista di entrambe che pescano voti in un elettorato che con poco potrebbe oscillare da una forza e all’altra.

Per portare a termine l’operazione, per tradire quanto nelle piazze era stato detto e cioè ‘mai con i leghisti, mai con i grillini’ occorreva un po’ di tempo, non si poteva platealmente dire al popolo ‘marameo vi abbiamo fregato, sorpresa Di Maio e Salvini si sono alleati’. E’ stato necessario un po’ di tira e molla è stato necessario mascherare un accordo di potere sotto il velo del ribellismo, della contestazione, del cambiamento radicale.

Dimenticavo, in questa ricostruzione e in questa analisi sottintendo che la manovra non sia stata architettata dai due personaggi della prima fila ma da molte forze oscure che non compaiono mai nei dibattiti televisivi. Lo ammetto, sono un complottista ma dopo avere letto Umberto Eco, dopo aver Letto Jacoboni ‘L’esperimento’ e il romanzo ‘il Cerchio, che ho finito di leggere in questi giorni, non mi fido più delle apparenze e della superficie.

Torno al racconto e alla riflessione. Il mascheramento della operazione restauratrice e conservatrice passava per la rottamazione delle consuetudini, delle prassi delle istituzioni. Nessun rispetto del Parlamento eletto che è stato tenuto in stand by per settimane senza che al suo interno potessero essere sviluppati dibattiti pubblici sulla situazione, nessun rispetto per la presidenza della Repubblica che doveva silenziosamente sottoscrivere qualsiasi accordo tra le due forze che trattavano di fronte agli schermi televisivi.

Gradualmente prendeva forza la comune ostilità per le istituzioni europee le sue regole, per l’Euro che essendo una moneta troppo buona, che non perde valore, rendeva pesante e inevitabile il macigno del debito pubblico. Nel famoso contratto, in un bozza provvisoria che una manina ha fatto avere alla stampa, si buttava là la possibilità di una ristrutturazione del debito di 240 miliardi da chiedere alla BCE. Una mina, una bomba ad orologeria che le cancellerie di tutto il mondo hanno immediatamente scovato e preso in seria considerazione. L’allarme è diventato rosso quando è stato fatto il nome di Savona che aveva scritto un libro sull’uscita dall’Euro e su un piano B che prefigurava la praticabilità di un blitz da 007.

Come ha puntigliosamente ricostruito il Presidente, la sua pazienza sui tempi ha consentito che la sua alta funzione fosse vilipesa e insolentita con lo stravolgimento sistematico dei riti che la Costituzione e la prassi avevano accompagnato la formazione di un governo. Ha così, in modo traumatico, riaffermato il suo potere scombinando gli equilibri che nelle settimane di queste trattative erano stati costruiti.

Ha affrontato le reazioni isteriche e infantili di Castore e Polluce pentastellati, lo squadrismo minacciato dei leghisti, il dissenso dei media collaborazionisti per un punto essenziale:

la Repubblica nata da un referendum pacifico ed ordinato, ma frutto di un riscatto civile che era costato sangue e giovani vittime, sancisce la sovranità del popolo che si esprime nelle forme previste e consentite dalla Costituzione e dalle leggi. Il popolo non elegge il presidente del Consiglio né il presidente della Repubblica. Il Quirinale è un potere dello Stato che garantisce la rappresentanza democratica e la continuità della istituzioni. Nella nostra Repubblica il Re non è lì per diritto di sangue ma perché i rappresentanti del popolo l’hanno eletto per un periodo che è più lungo di una singola legislatura cioè più stabile di una contingenza politica.

Entrando nella sala del giuramento del nuovo governo, Sergio Mattarella ha marcato la solennità e il prestigio dello Stato, la evidente commozione dei protagonisti, di coloro che erano lì per convinzione, per meriti, per passione, per competenza mostrava come questo parto lungo e travagliato avesse avuto una levatrice sicura e premurosa.

La soluzione finale dal punto di vista dei rapporti di forza è un capolavoro di Mattarella. Il governo c’è, molto migliore di qualsiasi governo tecnico, come Cottarelli ha dichiarato, è precario e pericoloso, si fonda su un equilibro tra due forze antitetiche in cui però la presidenza della Repubblica potrà esercitare un suo ruolo di prestigio, di conciliatore di ultima istanza.

Onore al presidente della Repubblica, onore a Sergio Mattarella.

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