di Livorno

Un bellissimo commento di Anna al mio racconto sul viaggio in Italia che merita il primo piano di un post vero e proprio. 

Che sorpresa caro amico!
La mia Livorno e tu che la descrivi.
La città contestataria per predisposizione; bella ed esuberante per indole; con il mare blu dell’Ardenza, così conficcato nel cuore dei livornesi, da essere sempre paragonato ad ogni altro (che sempre ne uscirà perdente); con i suoi scogli pieni di ricci e margherite (granchi grossi e pelosi), le mareggiate odorose di libeccio, i Bagni Pancaldi, la grande pittura e l’Accademia Navale, la cucina popolare e la torta di ceci (non la si chiama cecína, noi!), “5 e 5” e il caciucco, la Fortezza Nuova e il rione Venezia: ovunque un’esplosione di voglia di vivere, sempre un po’ fuori misura come lo è il livornese verace.
Livorno “inventata” dai Medici come sbocco al mare, con Pisa sempre più incapsulata nella terraferma e che neanche ha saputo mantenersi il suo Porto, agonizzante fin dal 1400. Il paludoso villaggio di Livorno inizia così la sua crescita e fioritura.
Caro Raimondo, con le tue osservazioni puntuali e spontanee mi spingi a riscrivere, dopo tanto.
Io non mi intendo di storia, ma mi sento livornese (benché sempre a Roma) e sostengo la “livornesità” che amalgama il rispetto dell’altro, la incomparabile ironia e una generosità che rasenta lo sperpero.
Alcune mie riflessioni.
Due settimane fa sono tornata a Livorno per qualche giorno.
Che meraviglia questa gente: è la caratteristica prima ed eloquente della città.
I livornesi non sono uguali a nessuno, né tantomeno sono simili ai toscani, con cui hanno poco da spartire.
Qui ci troviamo di fronte ad un miscuglio di razze, popoli, paesi. Una popolazione incrociata fin dall’inizio con le più diverse etnie, grazie alla “Livornina” (legge di Ferdinando I) che prometteva ogni tolleranza e libertà ad “ebrei, eretici, prostitute, galeotti, mercanti e schiavi, mori e armeni, spagnoli e tedeschi….” (così iniziava su per giù la “Livornina”).
Livorno fu porto franco e rifugio per numerosi espulsi, esuli, stranieri, gente senza patria in cerca di nuova vita.
Questa dimensione vivace ed accogliente è rimasta nel sangue dei livornesi e nella loro parlata schietta e pronta alla battuta: è la patria del “Vernacoliere”.
Mai restii a una gentilezza o a un complimento; sempre sopra le righe, pronti alla discussione che diventa in breve viscerale; dediti agli amori, che non sono smancerie, ma passioni da perderci la testa; solerti nelle mangiate in comitiva, che non sono pranzi o cene, ma abbuffate; predisposti al lavoro, vissuto come rivincita di un passato umile, da godersi con spirito libertario e in comunione con gli altri.
Livornesi che si godono la vita anche nelle contrarietà, con esuberanza e intelligenza pratica.
Rissosi, forse, genuini sempre!
Livornesi scuri scuri, dagli occhi neri scintillanti, discendenti dai mori; o livornesi chiari chiari dagli occhi cerulei, come i popoli del Nord che attraversarono con i loro solidi mercantili le Colonne d’Ercole, per vantaggiosi scambi commerciali nel porto più neutrale di tutti.
Livorno, ribelle nata.
Livorno non ipocrita e che non cela le sue antipatie, costi quel che costi.
Tu ce l’hai un’amica così?

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