Renzismo 3

Continuo la mia riflessione sul renzismo a partire dalle dimissioni del maestro Muti dall’Opera di Roma.

Non conosco bene i dettagli della questione ma credo si possano riassumere così: il maestro stufo dei ricatti e delle inefficienze dell’apparato del teatro, maestranze, artisti, burocrazia, se ne va forse all’estero dove è certo di poter lavorare meglio, il comune di Roma, principale azionista del teatro decide il licenziamento dell’orchestra e del coro decidendo che si avvarrà di contratti privatistici in outsorcing. Facile immaginare che si aprirà un nuovo caso Alitalia.

Le implicazioni di questi fatti sono molteplici e sono legate alla crisi in cui stiamo sprofondando, come se un pozzo del nostro petrolio all’improvviso si fosse prosciugato.

Qui però mi interessa riflettere su uno specifico aspetto legato al dibattito politico di questi giorni. Muti porta acqua al mulino della riforma renziana del lavoro?  gestire rapporti di lavoro dipendente in una struttura particolare come un teatro d’opera è impossibile, la sindacalizzazione del rapporto non consente quelle flessibilità e quella duttilità che una produzione artistica di alto livello richiede. La sproporzione sta nel potere di ricatto del singolo operatore anche di bassissima professionalità che è in grado di impedire la prestazione di un professionalità molto costosa ma molto redditizia. Un soprano famoso che arriva in aereo apposta da New York per due recite non canta se gli elettricisti non lo consentono.

Una situazione simile venne fuori tanti anni fa a Pomigliano d’Arco nello stabilimento dell’Alfa Sud: il reparto verniciatura poteva bloccare l’intero stabilimento con un potere di ricatto infinito. L’Alfa Sud era a partecipazioni statali non poteva fallire e quindi le rivendicazioni dei centomila gruppi presenti nello stabilimento misero in ginocchio l’impresa finché non fu venduta ai privati e finché nel tempo non sparì. Anche l’Opera di Roma sa che non può fallire, è del comune, è come l’Alitalia, qualcuno provvederà. Si blocca la prima di Muti, cosa volete che sia, il diritto di sciopero è sacro e non può sottostare alle leggi del mercato. Il sindaco Marino sembra aver preso una decisione coraggiosa, ha applicato le leggi del mercato, non c’è nulla in cassa, tutti a casa. In futuro sarà tutto in outsorcing.

La questione non è affatto nuova, tutte le riforme del lavoro, sia di destra sia di sinistra hanno cercato di ovviare a questo problema: trovare forme di rapporto adatte ai lavori nuovi che erano richiesti e ridurre il potere di veto e di ricatto delle maestranze sia nel pubblico che nel privato. Questo secondo aspetto antisindacale è stato quello che ha prevalso nella diffusione del precariato: un lavoratore poco tutelato ed isolato con un contratto singolo atipico era meno forte di lavoratori stabilizzati con contratti collettivi ben scritti, tutelati anche dall’autorità giudiziaria.

Ma all’estero come hanno affrontato la questione del passaggio da strutture produttive fordiste a forme più moderne e maggiormente efficienti? Come al solito, non sono un esperto ma qualche idea, forse sbagliata, me la sono fatta. In Germania  i sindacati non sono stati emarginati o contenuti anzi la rappresentanza dei lavoratori entra nelle responsabilità decisionali dell’impresa e prevale il concetto che non si bruca il prato al punto da distruggerlo, non si forza la situazione fino a far fallire l’azienda. Qui da noi ora si arriva addirittura a distribuire il TFR in busta paga perché anche la giacenza di un po’ di liquidazione nelle casse dell’azienda che ti dà da mangiare sembra un pericolosa commistione.

Insomma c’é un problema lavoro, non solo perché manca ma soprattutto perché quello che ci sarebbe è del tutto nuovo e fuori schema o è vecchissimo e rasenta la prestazione da schiavo, è quello che riserviamo agli immigrati trattati appunto senza diritti.

Non trovo nella discussione sul Jobs Act nulla che richiami queste problematiche, non trovo una vera soluzione convincente per una società smarrita, trovo solo la spericolata apertura al mercato tipo western nella speranza che investitori stranieri portino qua i loro soldi.

Il renzismo anche qui antepone l’immagine ad effetto alle soluzione reale del problema in un’ottica di brevissimo periodo, promettendo cose che si sa benissimo che non possono dare l’effetto sperato. Umiliare i sindacati senza avere la forza dei numeri nei livelli decisionali finali, il Parlamento, significa imboccare una strada avventuristica che demolisce gradualmente le strutture che potrebbero reggere l’edificio generale senza averlo messo preventivamente in sicurezza.

Caro Renzi, riprenda a discutere con i sindacati, li bastoni quando serve, ma non creda di poter far da solo, ne usciremo tutti con le ossa rotte.

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