Villa Falconieri 4

Continuo il mio racconto, mi rendo conto però che mi sto perdendo, la memoria che sembrava aver rimosso tanti particolari di una lunga esperienza a Villa Falconieri in realtà riaccende la luce su tanti eventi, tante persone alcune delle quali riemergono con un mi piace cliccato sul blog. L’aver constatato che documenti e  informazioni disponibili sul vecchio sito del CEDE siano inaccessibili o addirittura cancellate mi ha rattristato e ora mi immagino che la villa abbandonata dall’Invalsi, che si è trasferito a Roma, sia fredda e deserta, priva di vita. Una ragione in più per dedicare ancora un po’ di spazio di questo mio blog a soddisfare la richiesta di Enrico C. che con un pranzo mi ha indotto a scrivere.

La vocazione internazionale

Il CEDE, quello istituito dal decreto delegato 419 nel 74, succedeva al CEE di Gozzer , istituito nel ’59, e risentiva fortemente delle caratteristiche della sede che la legge aveva prescelto: una sede carica di storia a due passi da antiche ville romane, a quella del Tuscolo, casa di famiglie nobili italiane e straniere passata al demanio dello Stato come risarcimento della prima guerra mondiale. Nella villa era stata costituita nel tempo una ricca biblioteca specializzata nelle scienze dell’educazione, era stata arricchita con laboratori didattici per le lingue, l’informatica, le tecnologie didattiche.  La denominazione segna la vocazione di fondo dell’ente, il riferimento all’Europa riflette il progressismo postbellico che vede nell’integrazione europea l’argine a nuovi mostri ideologici e nuovi conflitti, l’aggettivo ‘europeo’ manifesta l’intenzione di costituire un ente credibile ed efficiente per la realizzazione di studi e ricerche comparativi sui sistemi formativi anche di altri paesi.

Nella denominazione dell’ente c’era un po’ di millanteria  perché suggeriva ai non addetti ai lavori che l’ente fosse una istituzione europea mentre si trattava di un istituto tutto italiano, gestito e finanziato dagli italiani. Tra i semi che avevano determinato la  nascita del CEDE c’erano certamente le indagini IEA (International Association for the Evaluation of Educational Achievement) che per la prima volta erano state condotte anche in Italia nei primi anni 70 e che avevano diffuso risultati controversi, incoraggianti per la scuola elementare, preoccupanti per le scuole superiori.

Visalberghi, Laeng, Gattullo, Vertecchi e molti altri eminenti studiosi avevano lavorato alla realizzazione di sei indagini (comprensione della lettura, educazione civica, inglese e francese come L2, scienze, letteratura) in condizioni operative precarie con mezzi molto limitati. A livello internazionale gli studi comparativi tra i diversi sistemi educativi sempre meno si basavano su analisi ‘ideologiche’ o formali ma cercavo di assumere informazioni sullo stato di fatto, sugli esiti di apprendimento rapportati ai curricoli formali e reali.

Negli anni settanta  il volano della ricostruzione postbellica, volano economico e politico, poneva lo sviluppo ancora come assioma incontestato ma la diffusione della scolarizzazione di massa poneva già problemi di efficienza e di efficacia di sistemi scolastici che dovevano riformarsi per accogliere classi sociali di studenti, prima del tutto escluse.

Una delle prime decisione del direttivo del CEDE fu quella di aderire come istituto alla rete IEA. Per organizzare tali indagini comparative era  individuata per ciascun paese una istituzione di riferimento che doveva collaborare sia dal punto di vista della progettazione di ciascuna indagine sia nella somministrazione dei test, sia nella ricaduta e diffusione dei risultati. Questa scelta di aderire formalmente alla IEA ambiva porre il nuovo istituto nel giro di altri centri di ricerca pedagogica che in varie parti del mondo si andavano costituendo e che si collocavano a metà  tra le istituzioni universitarie e le strutture politico burocratiche che gestivano le scuole.

La prossimità accademica

Entrare nel circuito IEA imponeva l’adozione di metodi di ricerca di tipo empirico, osservazioni, misure, questionari, elaborazioni, statistiche, dati, quantità erano il pane quotidiano della comparazione internazionale, doveva diventare lo stile del lavoro di studio e ricerca su un sistema che ormai interessava popolazioni vastissime di giovani, di docenti, di famiglie, di operatori economici.

In quegli stessi anni una miniriforma universitaria aveva introdotto anche in Italia corsi post laurea simili ai Phd anglosassoni che nelle intenzioni avrebbero dovuto costituire il canale principale per il reclutamento dei docenti universitari. Fu autorizzato un dottorato consortile in ricerca pedagogica empirica (grandi e piccoli campioni) e Visalberghi che come cattedra universitaria coordinava il consorzio di università incaricato di attuare il corso, si affrettò ad inserire il CEDE come membro del consorzio. Quando ci annunciò in uno dei primi incontri che noi docenti comandati del CEDE avremmo dovuto collaborare con gli studenti del futuro corso di dottorato mi affrettai a chiedere se avremmo potuto frequentarlo. Ah, vero non ci avevo pensato potreste provare a fare il concorso …  rispose.

Io e Michela Mayer fummo accettati e così ci emancipammo del tutto dal rischio di correggere bozze. Fu una esperienza decisiva, Michela ed io avevamo lauree scientifiche, quasi digiuni della pedagogia, più familiari con le questioni didattiche, con le metodologie, con le tecniche della scuola militante ci inserimmo bene in un approccio multisciplinare che coinvolgeva docenti universitari di grande esperienza e cultura i quali offrivano punti di vista, tagli metodologici e quadri ideologici diversi ma convergenti.

Quindi a Villa Falconieri oltre ai frascatani, il personale preesistente custode della tradizione, a noi comandati irrequieti e speranzosi di un luminoso futuro si aggiravano numerosissimi ospiti e collaboratori, molti docenti universitari, molti esperti … decisamente un bel posto!

Il seguito.

 

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