Villa Falconieri Atto II 2

Nel post precedente ho citato alcuni testi di legge che avevano riconfigurato il ruolo del CEDE proiettandolo verso quell’istituto di valutazione che nei successivi 20 anni il CEDE sarebbe gradualmente diventato.

Chi è interessato a conoscere meglio il processo legislativo che ha generato l’INVALSI può leggere l’articolo che ho scritto qualche anno fa per Psicologia dell’educazione – vol. 2013/1 Erikson Trento.

Questo mio racconto prosegue in modo forse disordinato basandosi solo sui ricordi e sulle emozioni, riguarda soprattutto l’esperienza di vita e di relazione che ho avuto modo di sviluppare nella Villa Falconieri la quale continua ad essere lo sfondo prezioso e superbo di alcune piccole vicende personali.

Ho accennato al clima che trovai nel 95 a Villa Falconieri al mio rientro dall’insegnamento nella scuola secondaria. Vi racconto ora qualche  disagio ulteriore che provai dopo la delusione per non potermi occupare di valutazione né tantomeno di ricerche IEA.

Mi era stato assegnato un nuovo ufficio ricavato dall’aula Skinner dei tempi di Gozzer che  era stata smontata e ristrutturata per ottenere  tre ambienti  indipendenti per il dipartimento. Purtroppo le stanze si trovavano alla fine dell’ala di destra, quella ricostruita dopo il bombardamento, lontane dagli uffici della presidenza  e della amministrazione. Per arrivarci si doveva attraversare il salone Europa, se non era occupato. Durante i convegni occorreva fare un giro piuttosto lungo passando per il piano superiore.

L’isolamento fisico degli uffici sottolineava quello legato ad un certa diffidenza verso i nuovi arrivati quasi dovessimo superare una quarantena. Un giorno un collega, che era a Villa Falconieri da almeno 5 anni, viene da me a chiedere di poter effettuare un collegamento elettronico con un istituto universitario per una ricerca del CEDE di cui si occupava. Io ero l’unico che aveva un portatile personale provvisto di modem ed ero in grado di collegarmi ad internet senza passare per il centro di calcolo. Mi lasciò della documentazione e mi raccomandò di tenerla in un luogo riservato perché la sua collega di stanza con la quale collaborava non doveva sapere nulla. Rimasi basito ed incredulo. Questo era il clima delle relazioni di lavoro: nel tempo l’emulazione era degenerata in competizione spinta che non avendo potuto avere un esito positivo aveva prodotto arroccamenti e gelosie tipiche degli orticelli universitari.

Dall’orticello del mio dipartimento erano andati via tutti i vecchi comandati per cui si doveva riconfigurare e ciascuno doveva inserirsi nei progetti attivi esistenti. Il fatto che l’orticello fosse piuttosto abbandonato e privo di aiuole arate faceva del mio ufficio l’ambiente forse più trafficato dai colleghi degli altri dipartimenti sia per parlare e condividere le lamentele sia per organizzare il lavoro che doveva essere fatto. Ci volle poco tempo perché una collega di formazione storica non ravvisasse in  me i tratti del cardinal Mazzarino del quale attaccò una effige all’esterno della mia porta. Non protestai perché in effetti aveva colto un aspetto della mia personalità, la capacità di tessere relazioni personali, di raccogliere informazioni, di capire le dinamiche e di intuirne l’evoluzione. Non so se l’accostamento fosse pertinente, ma l’idea di essere promosso al rango di cardinale in una villa settecentesca non mi dispiaceva affatto.

Il collega Sassone, dei cui libri ho gia parlato, sosteneva che non avrei resistito molto in quel clima e veniva a tenermi aggiornato su tutte le novità concernenti un nuovo concorso a preside, preparati non perder tempo in questi lavori tanto qui non potrai far carriera, mi diceva . Resistetti per più di 10 anni e il concorso, sempre dato per imminente, impiegò un decennio per venire alla luce.

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