Villa Falconieri atto II 3

Questo racconto non finisce mai. Ho capito! La Villa è un pretesto per scavare nei miei ricordi, difficile pianificare una esposizione ordinata se l’affettività e l’emotività prevalgono. Un lettore mi ha chiesto di raccontare le ragioni del mio secondo abbandono di Villa Falconieri per tornare a scuola. Siate pazienti ci arriverò ma prima devo raccontare qualcosa dei 13 anni dell’Atto II

Il collega Sassone mi sfidava sottolineando le cose che non andavano, da parte mia mostravo consapevolezza e determinazione e intendevo resistere con tenacia e perseveranza perché quello era l’unico posto in cui la mia strana professionalità poteva esprimersi e svilupparsi utilmente, anche a costo di guidare tutti i giorni per 70 km tra Roma e Frascati.

Protestare adattarsi fuggire

Proprio in questi giorni ho letto un bel post dal titolo Partire protestare essere leali di Norberto Bottani. Racconta i sentimenti che un pensionato prova nei confronti del proprio passato lavorativo. Tra l’altro cita un libro.

…..  il libro di Albert Hirschmann pubblicato nel 1970 intitolato “Exit, Voice, and Royalty” (in italiano “Lealtà, Defezione e Protesta” pubblicato da Bompiani nel 1982) tre risposte alternative possibili per le persone con posti di responsabilità di fronte alle magagne, agli errori, alle insipienze dei dirigenti. Il titolo in italiano non è nell’ordine del titolo in inglese. L’ordine esatto sarebbe “Defezione, Protesta e Lealtà”, ossia andarsene ( ossia partire, dimissionare) , protestare ma restare nel posto che si occupa oppure essere leali fino in fondo all’istituzione, tacere nonostante il disaccordo per rispettare altri valori che l’istituzione rappresenta.

Credo che queste tre alternative, protestare, adattarsi o fuggire, le abbiano vissute tutti coloro che, occupando posti di responsabilità in una istituzione, avevano la possibilità di scegliere diversamente, di indirizzare altrove la propria vita professionale senza subire condizionamenti troppo forti. Personalmente in questo nuovo inizio un po’ deludente mi facevo forza pensando che in qualsiasi momento potevo tornare nelle mie classi e che avevo superato già lo scotto di questa retrocessione, mi ero vaccinato. D’altra parte la durezza dell’impegno richiesto era largamente compensata dalle opportunità uniche che il lavoro al CEDE offriva.

Provo a spiegare quali erano le fonti del disagio che si provava a Villa Falconieri in quegli anni. La stessa presidenza di Visalberghi era finita nel 91 un po’ mestamente nel clima incerto che l’imminente crisi giudiziaria e politica stava preparando. Bottani in una mail di qualche giorno fa, ricordando Visalberghi, mi scriveva che lo aveva incontrato  a Villa Falconieri alla fine del mandato per un incontro OCSE CERI. Visalberghi si era lamentato che non aveva mezzi sufficienti, che molti fondi erano assorbiti dalla manutenzione della Villa e che era difficile mantenere alto lo standard delle ricerche. Io stesso nell’88 quando stavo per ‘fuggire’ ho assistito al colloquio tra il prof. Robitaille dello IEA che cercava di convincere Visalberghi ad aderire alla nuova ricerca internazione che avrebbe riguardato la matematica. Disse che non poteva prendere impegni perché non aveva mezzi e persone sufficienti per affrontare una nuova indagine IEA oltre quelle che erano già in corso. Mi sentii rafforzato nella mia decisione di lasciare.

Quella delusione era legata alla precarietà strutturale dell’ente il cui personale non poteva essere stabilizzato né compensato adeguatamente né selezionato in funzione dei bisogni della ricerche da realizzare. Ricorrere a forze e a competenze esterne, normalmente docenti e ricercatori universitari o cooperative o enti di ricerca, era una soluzione obbligata che però non creava massa critica all’interno dell’ente che si avviava così a diventare una amministrazione che gestiva fondi e finanziava enti di ricerca universitari. La frustrazione degli operatori interni era evidente e si era aggravata ad ogni replica del concorso che ogni cinque anni circa veniva bandito.  L’impegno di Margiotta era riuscito ad attrarre maggiori risorse ma il profilo del CEDE rimaneva precario e provvisorio troppo dipendente da risorse scarse normalmente  finalizzate a progetti ideati e in parte gestiti dall’esterno dell’Istituto.

Arriviamo al maggio del ’96 si insedia il primo governo Prodi e il nuovo ministro dell’istruzione e dell’università è Luigi Berlinguer che promette di investire molto nella riforma della scuola.

Margiotta è alla conclusione del suo mandato e spesso ricorda a noi che volentieri torna all’insegnamento universitario. Infatti prende corpo la candidatura del prof. Vertecchi che nel gennaio 1997 viene eletto presidente. La sua elezione fu in realtà una investitura: alla prima riunione del comitato direttivo presenzia direttamente il ministro che incontrerà subito dopo il personale del CEDE. Un evento con un doppio significato: il CEDE acquista importanza, avrà mezzi per giocare un ruolo importante nel processo di riforma ma il presidente lo sceglie il ministro, lo investe per il suo alto prestigio accademico ma anche per il chiaro profilo politico da sempre noto. Noi cedini, così a volte ci chiamavamo a vicenda, eravamo contenti, molti di noi conoscevano bene il nuovo presidente, ci attendevamo di avere una rassicurazione anche sulla nostra funzione e sul nostro destino.

Il saluto del ministro fu cordiale e rassicurante ma nelle pieghe del suo discorso  c’era l’affermazione netta che ci tagliava le gambe: non voglio qui un nuovo elefante burocratico, occorrono strutture leggere, occorre fare sinergia con altre entità. Protestare, resistere, fuggire?

L’arrivo di Vertecchi fu rivitalizzante, la sua vicinanza al ministro, la dinamicità del nuovo governo Prodi ci rimettevano in pista, sul tavolo apparvero nuovi importanti progetti di lavoro e di ricerca e c’era posto per tutti.

 

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5 risposte a "Villa Falconieri atto II 3"

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