Balle, ignoranza e pregiudizi

In questi giorni si parla molto delle bufale sui social, delle balle che in modo pianificato sono messe nel circuito mediatico per orientare il sentiment degli elettori e conseguire i risultati che poteri più meno forti si propongono.

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Addirittura lo scontro tra super potenze passa attraverso le chiacchiere diffuse ad arte per danneggiare una candidata presidenziale a favore di un altro candidato più gradito. Di questi giorni l’espulsione di 35 personaggi russi dal suolo Statunitense.

La Cassazione italiana ha riconosciuto il concorso di colpa a carico di un provider che ospitava commenti diffamatori su un personaggio pubblico che ha ottenuto un indennizzo per il danno subito.

La nostra autorità sulle comunicazione ed altri organismi internazionali vorrebbero imbrigliare la rete depurandola dalle notizie false che vi circolano.

E’ chiaro che si rischia la Santa Inquisizione o il ripristino dell’Imprimatur con la conseguente riduzione della libertà di espressione che proprio questi nuovi canali sembrano assicurare.

Dico subito che tutti ne guadagneremmo se fosse introdotta qualche forma di maggiore responsabilità personale e collettiva che renda ciascuno più prudente nell’esprimere giudizi e veicolare informazioni molto dubbie.

Ma il problema non sono solo le balle e le bufale ma il modo in cui le informazioni quasi vere sono veicolate inducendo chi le legge a conclusioni del tutto errate. Il problema sono le affermazioni quasi vere, ambigue, interpretabili a seconda del tono e del contesto in cui vengono presentate. Il problema sono le singole parole il cui significato è spesso ambiguo e molteplice.

Faccio due esempi legati all’economia e quindi alla politica.

Fallimento

Il caso MPS è estremamente complesso ed è tale da poter da solo destabilizzare una architettura delicata  come quella della moneta unica europea.

Ovviamente natura e dimensioni delle variabili in gioco non possono essere compiutamente divulgati, la riservatezza e la cautela proteggono un bene comune fragile sempre legato alla reputazione della banca e dei suoi responsabili. Ne deriva una certa superficialità e opacità delle notizie in cui i titolisti e i redattori hanno gioco facile nel far capire quello che vogliono.

Ad esempio tutti dicono che lo Stato è intervenuto dopo il fallimento del ricorso al mercato per l’aumento di capitale.  Sono certo che una buona parte del pubblico è convinto che la banca sia fallita e che lo Stato butti altri 20 miliardi su una specie di cloaca in cui amministratori corrotti hanno rubato e mangiato a più non posso.

La parola fallimento è in questo caso usata per dire insuccesso: non ha avuto successo il collocamento  di nuove azioni per un aumento del capitale sociale che ponesse in sicurezza la banca rispetto al possibile deterioramento ulteriore dei crediti concessi in passato ad altrettanti imprenditori.

Mi direte che è un dettaglio, una banale questione di lana caprina. Non è vero, tutt’altro, poiché il dissesto della banca dipende non solo dai mutui deteriorati ma anche dal flusso di denaro che i correntisti hanno fatto uscire dai loro conti correnti per approdare in altre banche. Se su tutti i giornali leggo la parola fallimento associata alla mia banca mi precipito a ritirare i miei soldi e li metto in un altro conto o sotto il mattone. Ricordate l’episodio di Mary Poppins della ragazzina che non vuole depositare il suo penny scatenando il panico? è la stessa cosa.

Questo esempio dimostra che il problema non sono solo le balle ma anche le parole subdolamente usate in un contesto di sostanziale ignoranza e diffidenza.

Debiti extra bilancio

Il secondo esempio riguarda il caso del bilancio del Comune di Roma.

La sindaca ha diffuso sulla rete le foto di una pila di carte, cartelline un po’ logore e stantie, sostenendo che stava facendo emergere centinaia di milioni di debiti pregressi fuori bilancio contratti dalle giunte che l’hanno preceduta. Non leggo analiticamente i giornali ma limitandomi a quanto leggo sulla rete posso dire che nessuno, da nessuna parte, ha spiegato bene di cosa si trattava, forse la stessa Raggi non aveva le idee chiarissime sulla natura delle cifre che stava elaborando. Se fosse vero quello che stava sostenendo sulla rete, l’esistenza di spese fuori bilancio, avrebbe dovuto portare le carte in tribunale e i sindaci precedenti sarebbero dovuti andare in gattabuia.

Ma come qualsiasi Preside sa, qualsiasi amministratore di bilanci pubblici sa, nei bilanci pubblici esistono elenchi di residui attivi e passivi, un lungo a volte lunghissimo elenco di somme da incassare o da pagare che sono rimasti in sospeso dai  bilanci degli anni precedenti.

Vi offendete se mi dilungo su questo particolare e se sarò un po’ didascalico? passate oltre se siete esperti ma sono certo che il 70% di chi mi legge non conosce questo aspetto dei bilanci pubblici. Della contabilità privata non me ne intendo ma è del Comune di Roma che stiamo parlando, di un bilancio pubblico.

La gestione delle risorse economiche di un ente statale, di una scuola, di un comune, di una regione, di un ministero, è regolata da bilanci annuali che coincidono con l’anno solare. Il governo (Sindaco) propone un bilancio preventivo, prevede (immagina) delle entrate e indicata una ripartizione delle uscite. Nel caso del Comune c’è un organo tecnico di controllo che verifica la congruità del documento con le ipotesi e con le norme (nelle scuole c’è un collegio di revisori) ed esprime un parere allegato al bilancio preventivo. Quest’anno i revisori del Comune di Roma l’hanno bocciato poiché le entrate immaginate, previste, erano eccessive, troppo ottimistiche e quindi  il bilancio avrebbe potuto generare un pericoloso squilibrio tra entrate ed uscite a consuntivo. Ottenuta l’approvazione dei revisori, il bilancio va in Consiglio comunale  per l’approvazione: la ripartizione delle spese potrà essere modificata secondo delle priorità che la sensibilità delle forze presenti in Consiglio potrebbe esprimere.

Tutto deve essere perfezionato prima dell’inizio dell’anno di competenza, entro il 3i dicembre di ogni anno. In questo caso, dal primo gennaio si può incassare e spendere come previsto dal bilancio annuale.  Se non si fa in tempo ad approvare il bilancio preventivo entro il 31 dicembre si va in esercizio provvisorio e ogni mese sono possibili movimenti pari a 1/12 di quanto speso e incassato nell’anno precedente. E’ il caso del comune di Roma in cui ora vige l’esercizio provvisorio non essendo stato approvato in tempo il bilancio preventivo per il 2017. Ovviamente questo è un guaio serio per tutte le spese che richiedono gare, appalti e una programmazione che vada oltre il singolo mese, si delibera  in condizioni di emergenza per cui tutti gli atti sono più complicati e più precari dal punto di vista formale. Il Sindaco e il Consiglio hanno 60 giorni di tempo per approvare il bilancio preventivo di competenza, se ciò non accade l’amministrazione viene sciolta e subentra un commissario governativo che gestirà il comune direttamente e si va a nuove elezioni.

Bene, ma che c’entra tutto ciò con i debiti extra bilancio?

E’ una premessa necessaria  per capire la natura dei residui. Abbiamo detto che il bilancio è annuale, è valido solo per l’anno di competenza, allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre il bilancio dell’anno uscente viene congelato, non si possono fare spese nuove anche se nel bilancio sono disponibili ancora somme previste e non impegnate, né si possono decidere nuovi incassi oltre quelli accertati.

Ci possono essere  comunque operazioni contabili che non sono state completate, ad esempio ci sono spese che non sono state ancora fatturate dal fornitore ma che sono state impegnate in bilancio e che dovranno essere liquidate al perfezionamento dell’iter previsto (collaudo del bene acquistato), ci sono entrate che sono certe ma che materialmente non sono state incassate.

Ad esempio, faccio il caso di una scuola, potrebbero esserci dei pagamenti promessi dal Ministero non ancora incassati o pagamenti da effettuare per somme impegnate. Questi sono i residui attivi e passivi, sono extra bilancio nel senso che non possono più essere modificati, si possono solo pagare o incassare il più presto possibile oppure radiati dall’elenco perché non si possono più incassare o non si devono più liquidare.

Ovviamente una buona amministrazione tempestiva e previdente riesce a ridurre al minimo i residui e cerca di liquidarli quanto prima ma non sempre è possibile.

Pensate per esempio al caso di una vertenza giudiziaria contro il Comune citato per danni da un  motociclista  per una buca. Il magistrato può  disporre un deposito cauzionale che può essere immobilizzato per anni che sarà ovviamente iscritto nell’elenco dei residui. Quel residuo sparirà solo quando la vertenza giudiziaria sarà conclusa e si saprà se e quanto occorrerà pagare per il risarcimento.

La sindaca ha forse detto una cosa inesatta, certamente tendenziosa se imputa l’intero ammontare dei residui alla malagestione dei suoi predecessori.

In questo caso far vedere in foto i fascicoli senza usare la dizione tecnicamente esatta per l’oggetto di cui si parlava non è una balla ma una informazione tendenziosa che danneggia gli avversari e non educa i cittadini a capire.

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