Europa delle città

Continuo a riflettere sull’Europa di cui si parla quasi sempre in modo distruttivo e critico, quasi mai come prospettiva positiva per affrontare un futuro che ci impaurisce.

Nel post precedente sostenevo che l’identità di cittadino si riferisce all’appartenenza ad una città, che, in un certo senso, questa non sarebbe un collante per unire un intero continente ma una caratteristica discriminante che sottolinea le diversità e le differenze. Facevo l’esempio della Francia in cui anche storicamente le fughe in avanti della città sono state frenate dalle campagne più reazionarie e bigotte. Lo stesso accadde con l’unità d’Italia, la borghesia cittadina contro la nobiltà latifondista, successivamente  con gli agrari che finanziarono il fascismo per frenare la carica rivoluzionaria delle città operaie. L’industrializzazione post bellica provocò migrazioni interne verso le città spopolando le campagne.

In fondo l’indebolimento degli stati nazionali a favore di istituzioni sovranazionali in particolare a favore di quelle europee ha consentito non solo il rifiorire di spinte autonomistiche e localistiche ritagliate su antiche regioni già confluite  nella costituzione degli stati nazionali, ma anche l’espansione e la ristrutturazione di città sempre più caratterizzate per la dimensione crescente e per una cultura locale condivisa. A volte proprio la delocalizzazione e la deindustrializzazione degli ultimi decenni ha spinto molte città a ricostruire un proprio tessuto di attività nuove legate alla convivenza e alla qualità della vita collettiva. Penso a Milano o a Torino.

L’Europa come una nuova Grecia con le Polis autonome ed autosufficienti? Penso di no, sappiamo come andò a finire. Ma certamente la nuova Europa che sabato scorso i 27 capi di stato e di governo si sono impegnati a promuovere dovrà tener conto della realtà della grandi aree metropolitane come punti di debolezza o di forza, come risorse o come vincoli se si vuol far nascere qualcosa di duraturo.

Anche i grandi imperi dell’est e dell’ovest hanno lo stesso problema. La Cina si sta strutturando come un insieme di spaventosi agglomerati umani inquadrati per produrre, per ricercare, per formare, per costruire. Mostri ecologici così esplosivi nella loro crescita da rischiare di implodere sotto il loro stesso gigantismo, a ovest negli Stati Uniti il nuovo imperatore Trump  scopre che alcune grandi città non obbediscono e non vogliono consegnare gli elenchi dei lavoratori irregolari da espellere, scopre che intere città possono fallire e cadere in povertà, che interi quartieri sono off limits. Tuttavia queste realtà locali, spesso ingovernabili con le regole del diritto corrente, continuano a richiamare nuovi cittadini da regioni più povere o da regioni equivalenti ma che non offrono  prospettive per il futuro.

Insomma il governo delle città, la loro interconnessione sarà un problema e/o una risorsa continentale da cui la nuova Europa non potrà prescindere.

Non voglio essere più esplicito ma tanto per esemplificare NoTAV e il governo grillino di Roma sono problemi tra loro connessi: noi romani che per dispetto e ben sapendolo abbiamo scelto per governare la nostra città un gruppo di incompetenti con un programma inesistente come pure i borghesi valligiani che non tollerano il passaggio di un treno ad alta velocità che collegherà la Spagna con L’Ucraina abbiamo delle responsabilità storiche gravi.

La doppia velocità

Queste riflessioni sulla struttura ‘granulare’ del continente che si vorrebbe aggregare dando vita ad  un unico popolo europeo consente di capire meglio e di considerare più positivamente l’unica decisione che mi pare sia stata presa il 24 marzo, la possibilità che si proceda con nuove forme di aggregazione che lascino liberi gli altri stati di non aderire.

A ben vedere non è una novità, già ora l’Unione è una realtà a la carte, una struttura a cerchi concentrici che ha consentito ad ogni paese di modulare la propria adesione condividendo alcuni criteri base senza doversi sottoporre a vincoli esterni eccessivi. Ad esempio l’euro non è la moneta unica dell’Unione ma solo di alcuni paesi dell’Unione. L’elemento unificante di tutti i 27 che in tempi diversi hanno gradualmente aderito fu soprattutto la libera circolazione delle persone e delle merci, sostanzialmente un mercato unico senza dazi.

Pochi  hanno osservato che il documento sottoscritto a  Roma, se consente a un gruppo di paesi di punta di mettere in comune nuovi apsetti della loro sovranità, ad esempio la politica fiscale o l’organizzazione della difesa militare o delle polizie, tollera anche collaborazioni con Stati che vogliano preservare proprie caratteristiche e aspetti della propria sovranità. Nessuno ha osservato che ciò apre uno spiraglio alla trattativa che si sta per aprire con il Regno Unito: se la May vorrà uscire ad ogni costo immaginando di rinnovare i fasti del commonwealth, immaginando di ristabilire una rete di popoli anglofoni sarà libera di farlo, naturalmente se i reazionari delle contee e dei pub prevarranno ancora nei prossimi passaggi elettorali, altrimenti il documento di Roma lascia una porta aperta ad una nuova struttura istituzionale in cui il diritto di veto  degli Stati viene di fatto abolito. Finita l’epoca dei ricatti e della voce grossa e dei pugni sul tavolo, il processo di integrazione potrebbe ripartire.

Troppo ottimista direte voi. Forse lo sono, ma sono abbastanza populista da pensare che il popolo sarà anche un po’ bue, sarà manipolabile, tende ad alzare il braccio all’unisono, ha la pancia che a volte prevale ma alla lunga ha una prudenza sostanziale e una capacità di resistenza e di reazione per cui l’attuale emotività gonfiata da sistematiche campagne di stampa, da bufale orchestrate, da chiacchiere e boutade può funzionare per brevi periodi ma alla lunga la gente capisce e affronta il rischio di decidere con moderazione. Un esempio è stato il risultato del referendum italiano:  sono state usate tutte le strategie di manipolazione dell’opinione pubblica, la minaccia, la paura, la blandizie, l’orgoglio, l’ipersemplificazione, tutto, eppure alla fine per un motivo o per l’altro ha prevalso la sofferta resistenza ad una ipotesi che metteva a rischio la democrazia. Così accadrà in Francia, così accadrà in Germania come è accaduto il Olanda. Così accadrebbe ora in Gran Bretagna se potessero votare di nuovo.

L’inglese

Il paradosso di questa situazione è che un popolo si identifica spesso con una lingua comune e la lingua più diffusa in Europa come seconda lingua di scambio è l’inglese, la lingua di un paese che ci lascia. Che il progetto europeo possa finire come una novella torre di Babele? non lo possiamo affatto escludere. Sarà un problema ulteriore. Territorio, lingua, cultura, religione sono tratti comuni che caratterizzano un popolo, finora è stato più spesso il sangue, la razza, il codice genetico. Una ottantina di anni fa qualcuno immaginò di unificare il continente intorno ad una razza dominante ed iniziò il genocidio di coloro che costituivano un ostacolo a tale omogeneità culturale, ideologia, linguistica di un popolo superiore. (Ho finito di vedere da pochi giorni The man in the high castle in cui si immagina che Hitler avesse vinto la seconda guerra mondiale).

Ma caro Bolletta, cosa hai capito? stiamo parlando di strutture politiche provvisorie nate per risolvere problemi contingenti, per assecondare gli eventi che incombono. Sì forse avete ragione voi, nella mia riflessione sono andato troppo in là ho immaginato un processo di integrazione stabile e positivo, quello che osservo in tanti giovani che ormai si sentono europei e vivono la loro vita in Europa come loro patria.

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