Luce in fondo al tunnel

L’isolamento è uno stato difficile da sopportare a lungo soprattutto se non si capisce quando e come finirà. Per questo leggo molto, molte sciocchezze della rete ma anche qualche buona lettura che amici intelligenti condividono sulla rete.

Segnalo due articoli interessanti che mi hanno aiutato a capire:

Nel primo articolo, frettolosamente tradotto dall’inglese, si sviluppa un’analisi abbastanza esplicita corredata da analisi quantitative della questione del fattore tempo nell’evoluzione dell’epidemia del Coronavirus. La tesi dell’autore è che il momento in cui si comincia ad arginare un contagio di una popolazione è cruciale. Se ci accorgiamo troppo tardi o se aspettiamo troppo ad agire perché non sappiamo cosa fare, la situazione va fuori controllo e qualsiasi intervento è molto costoso sia dal punto di vista dei sacrifici richiesti ai singoli sia in termini di vittime sia in termini di effetti sull’economia.

Nel lungo articolo ho travato un grafico che mi ha molto rasserenato poiché mostra che è possibile contenere il virus con strategie opportune, quelle messe in atto dalla Cina fuori dalla provincia di Wuan: cosa è successo nel territorio sconfinato della Cina al miliardo e passa di cittadini fuori a Wuan? come hanno evitato che l’incendio si propagasse, come hanno spento o limitato i piccoli focolai che qua e là si sono accesi? Nell’articolo trovato delle risposte, a me qui interessa solo evidenziare quel grafico che compara il disastro coreano, iraniano e italiano rispetto agli infettati stabilizzate nelle varie regioni cinesi, eccetto quella di Hubei. Insomma è possibile fare qualcosa senza finire nel vortice delle situazioni irreversibili delle crescite esponenziali in cui molte nazioni occidentali stanno per cadere. Ne scrivevo già in Sapiens versus virus.

Il secondo articolo mette a confronto le due strategie adottate sinora, quella cinese, coreana e italiana e quelle anglosassoni e americane. Ho letto l’articolo senza badare all’autore, solo alla fine, quando ho pensato di consigliarlo, ho scoperto che era scritto da un personaggio politico direttamente coinvolto nelle scelte di questi giorni, peraltro un appartenente a un partito verso il quale nutro forti dissensi.

Fatta la tara dei miei pregiudizi, credo che l’articolo possa aiutare a capire le varie strategie, quella che cerca di salvare tutti forti e deboli, giovani e vecchi chiedendo a tutti il massimo della collaborazione e del sacrificio e all’opposto quella che accetta l’infezione come una momento evolutivo della selezione naturale da contrastare blandamente senza bloccare le strutture produttive, la finanza e l’economia del paese. Un forte dolore purché sia rapido.

Buffagni analizza le scelte ancorandole alla cultura profonda delle popolazioni coinvolte e nel caso italiano cita addirittura il culto dei Lari come motivazione di una scelta che non rinuncia a salvare i vecchi anche se sono deboli, un richiamo a quella cultura ‘familista’ che connota tanta perte della nostra società.

Leggendo quel testo sono tornato alle letture della scuola media, all’Eneide, alla figura di Enea che si trascina dietro a tutti i costi il padre Anchise che ha in mano i Lari della famiglia.

L’autore conclude così:

Sono contento che l’Italia abbia scelto di salvare tutti i salvabili. Lo sta facendo goffamente, e non sa bene perché lo fa: ma lo fa. Stavolta è facile dire: right or wrong, my country.

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