Miseri e miserabili

Da giorni avevo in mente di scrivere un pezzo sulle migrazioni in atto dalla guerra e dalla povertà verso la pace e il benessere. Le mie riflessioni sono così amare che ho preferito tenerle per me, ma c’è un aspetto della situazione che mi ha colpito e che non ho ritrovato nei commenti che circolano.

Questi profughi sono miseri ma non sono miserabili. Per lo più sono giovani determinati con l’intera famiglia, è evidente che sono giovani scolarizzati che esprimono una forza ed una speranza per il proprio futuro, temprati dal dolore e da prove che non siamo nemmeno in grado di immaginare. Sono poveri, privi di tutto, sventurati, sciagurati ma la loro tenacia e la loro determinazione esprimono una nobiltà e una fierezza commoventi.

Miserabili siamo noi europei, gretti e miopi, impauriti di perdere il tepore delle nostre case, attanagliati dai rigurgiti dei peggiori istinti.

Miserabile la cameragirl che per una ripresa ad effetto fa lo sgambetto al padre che corre con in braccio il figlio, miserabile il danese che sputa sui profughi che invadono il suo bel territorio,  miserabile il leghista che al Parlamento europeo si mette la maschera della Merkel per deridere il discorso di Junker, miserabili i tanti politici che si muovono in modo scomposto ed inefficiente alla ricerca di soluzioni di comodo per sollevare il proprio indice di gradimento elettorale, miserabili le tante organizzazioni che si stanno arricchendo con questo nuovo business.

Mi sento miserabile tutte le volte che indulgo a pensare che forse Salvini ha ragione. Sì perché nel dramma e nella paura i demoni presenti in ciascuno di noi affiorano.

E in questo sfogo un po’ irrazionale confesso un’altra riflessione un po’ paradossale che in questi giorni è tornata ripetutamente alla mia mente.

Tutta colpa della scuola. Questa crisi epocale si può spiegare in molti modi, il primo è che le migrazioni avvengono naturalmente da territori poveri e sfruttati a territori più ricchi e più promettenti, è ciò che è successo a noi italiani che abbiamo invaso mezzo mondo, il secondo è legato agli effetti dell’economia globalizzata fondata sull’uso intensivo dell’energia dei fossili che stanno cominciando a scarseggiare già sul medio periodo. Forse è proprio la crisi energetica che spiega i disastro del medio oriente, il cancro del terrorismo, l’aberrazione della violenza cruenta dell’IS.

Ma non possiamo dimenticare che questa crisi è deflagrata con la crisi dei giovani tunisini ed egiziani i quali, non trovando lavoro, chiedevano almeno più democrazia. Una primavera araba della quale noi europei occidentali ci siamo sentiti orgogliosamente ispiratori. Erano giovani colti che erano andati a scuola, che avevano viaggiato, che stavano su Internet. Li sentivamo figli nostri. Poi quella primavera è diventata un inferno, la Libia distrutta, la Siria con una guerra civile che non finisce mai, la Turchia che doveva entrare in Europa, l’Irak e l’Afganistan sconvolti da guerre decennali.

Che ruolo gioca in questo marasma la scolarizzazione diffusa? Per chi come me ha pensato nella sua vita che la scuola fosse un fattore di pace e di progresso questo è un cruccio ricorrente.

Non per nulla Angela Merkel nell’accogliere i profughi siriani in Germania pone una condizione ferrea, apprendere il tedesco, mostrare le proprie competenze e inserirsi nel mondo nel lavoro. La scuola è uno strumento per affrontare e risolvere il problema ma il nascente nazifascismo populista e nazionalista non nasce da una gioventù educata ed istruita per decenni nelle nostre scuole?

Nell’elenco dei miserabili ho dimenticato una signora vista nei giorni scorsi al bar: sorseggiava un cappuccino al banco piuttosto affollato tenendo stretto tra le braccia un cagnolino che contemporaneamente le leccava il viso. Something is rotten in the state of Denmark

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