I vantaggi del lavoro 2

Riprendo la riflessione di ieri  e cercherò di svilupparla ulteriormente. 

Una ventina di anni fa lavoravo a Villa Falconieri nell’ente che sarebbe diventato l’Invalsi. Tra gli effetti della crisi economica dell’inizio degli anni 90 c’era l’alleggerimento delle spese dello Stato attraverso il blocco delle assunzioni e il ricorso sempre più diffuso a rapporti di lavoro precario e provvisorio anche nelle strutture pubbliche. L’ente si avvaleva di molti collaboratori, per lo più giovani, neolaureati o diplomati per mansioni varie sia di tipo esecutivo sia per collaborazioni a progetto e di consulenza a chiamata diretta.

Noi docenti di ruolo comandati ci sentivamo i custodi della stabilità e della continuità anche se noi stessi avevamo un comando a tempo. I contrattisti alla fine di ogni periodo erano sotto stress perché le deroghe per rinnovare i contratti ed avere i fondi erano sempre fatte all’ultimo momento. Un giovane laureato in lettere, una mattina, viene nel mio ufficio a mostrarmi un suo lavoro di critica cinematografica da poco pubblicato. Lì da noi era sottoutilizzato e aveva già un bimbo. Gli chiesi: perché non fai il concorso per insegnare? avrai tutto il tempo per coltivare questa tua passione e se sfonderai fai sempre in tempo a lasciare l’insegnamento. Mi rispose: preferisco essere libero, l’idea di irregimentarmi nella burocrazia scolastica non mi attira affatto. Finche restai a Villa Falconieri egli riuscì ad essere confermato annualmente, successivamente l’ho perso di vista e non so quale sia la sua posizione di lavoro attuale.

Ho raccontato questo episodio perché uno degli effetti perversi del liberismo antistatale fu la progressiva valorizzazione dell’individualismo nella gestione del proprio rapporto di lavoro. Questo pregiudizio contro il ‘posto di lavoro stabile’, contro le grandi strutture organizzate, l’illusione che piccolo è bello, che chi fa da sé fa per tre, questo pregiudizio antisindacale per cui i diritti sono individuali e non collettivi, questa mentalità sviluppatasi come reazione alla battuta di arresto dello sviluppo è passata tale e quale nella reazione ‘grilliforme’ dell’individuo puro ed illuminato che combatte una battaglia solitaria, uno contro tutti, per affermare i propri diritti contro la disonestà.

In mezzo c’è stato anche il leghismo che ha difeso i particolarismi contro le organizzazioni nazionali o internazionali, il localismo di chi alza i muri contro i professori del sud o i pizzettari egiziani o i grandi magazzini tedeschi o francesi.

Ci troviamo ora in mezzo a un guado in cui qualsiasi struttura è guardata con diffidenza soprattutto se ci sovrasta, l’Europa, la BCE, il FMI, le banche, le multinazionali, le corporazioni professionali, le chiese, i partiti, le polizie … tutto viene visto come una minaccia e i singoli si sentono sempre più soli ed indifesi e quindi aggressivi e potenzialmente violenti.

Un popolo allo sbando attanagliato dalla paura alimentata dai media è facile preda di semplificazioni populiste alla Trump, alla Le Pen, alla Boris Johnson, alla Grillo, alla Salvini ….

Anche Renzi ci mette del suo quando mercanteggia con i dipendenti statali minacciando e blandendo, quando usa il pugno di ferro con i docenti inquadrati sotto dirigenti con maggior potere.

Anche la Raggi diffida dei suoi dipendenti comunali, delle sue municipalizzate abbassando il livello della collaborazione e della  condivisione e aumentando reciprocamente diffidenza e rancore, lo stesso errore che aveva fatto il moralista Marino.

Esemplare è il caso dell’assessore Muraro. Per 12 anni è stata consulente esterna dell’AMA, per due o tre ha rivestito ruoli di responsabilità in alcune strutture strategiche, ha un vertenza aperta con l’Ama ed ha l’impudenza di accettare il ruolo di assessore che gestirà appunto l’AMA.

Forse il caso italiano, lo sgretolamento progressivo delle nostre strutture produttive, della nostra ricerca, della nostra assistenza, della nostra politica, della nostra economia dipende da questa atomizzazione dei ruoli, dalla scarsa condivisione, dalla scarsa complicità, dalla bassa identificazione, dal latente e sistematico sabotaggio e dal perenne mugugno lamentoso.

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