Si può guarire

Ho deciso di raccontare questa storia dell’incidente in montagna per almeno tre buoni motivi: offrire una pubblica testimonianza di riconoscenza per le donne e gli uomini valorosi che mi hanno salvato dopo la caduta, informare i miei amici di fatti che possono interessarli, offrire una riflessione su una realtà che in questi giorni si è prepotentemente presentata ai miei occhi.
Torno a una narrazione in prima persona, meno ispirata del primo pezzo, più sistematica e razionale, la morfina e l’adrenalina sono state espulse dal mio corpo, e con qualche acciacco in via di superamento sto tornando ad essere la persona che ero prima dell’incidente con in più la rigenerazione che nasce dalla percezione concreta della propria morte.

La propria morte

Tanti anni fa durante il corso di dottorato Aldo Visalberghi, un vero maestro che ha inciso nella mia vita, tenne una lezione su Darwinismo e pedagogia in cui presentava la trasmissione del sapere e della cultura come un momento dell’evoluzione dell’universo che da evoluzione biologica era diventata, con l’uomo, evoluzione culturale. Una visione che poneva la scuola e l’educazione al centro di un processo cosmico e gli educatori come servitori di tale processo. Questa riflessione ha ispirato spesso il senso del mio impegno nella scuola. Ma in quella conferenza così importante inserì anche una domanda apparentemente banale su cui non avevo riflettuto abbastanza. Che cosa differenzia l’uomo dagli animali? Tralascio la dissertazione e arrivo alla risposta: la consapevolezza di essere mortale. La genesi e il peccato di Adamo, Socrate, le religioni hanno chiaramente affrontato la questione ma la consapevolezza esistenziale individuale è altra cosa. È una maturazione che ci portiamo dietro tutta la vita e che passa attraverso i lutti per i nostri cari, la morte dei bambini, gli accidenti imprevedibile che coinvolgono i giovani. La questione può generare paure ed ossessioni ma anche liberazione, sicurezza, serenità. Un incidente così grave, un chiarissimo richiamo alla tua fragilità, alla precarietà della vita è un gradino in alto verso una consapevolezza più matura, ti rende più uomo diverso dagli animali. Sei un po’ più umano se sei più consapevole della tua morte, indipendentemente da ciò che pensi o credi sul dopo.

Le cure

Siamo scesi dall’elicottero, la mia barella viene prelevata dal personale sanitario, rapidamente portata dall’autoambulanza nei locali del pronto soccorso. Vedo solo i soffitti bianchi e le luci abbaglianti che scorrono e non posso girare la testa ma capisco dove mi trovo. Sento prevalentemente voci femminili, vedo bei volti di donne che si affacciano su di me. Vengo scartato dal mio involucro protettivo e il medico ordina di tagliare i vestiti. Li sfilano a pezzi da sotto la schiena senza muoverla. C’è uno scambio di informazioni e di consegne tra le mie salvatrici che erano con me sull’elicottero e il responsabile del gruppo di pronto soccorso. Anche qui un clima quasi da operazione militare, poche parole in codice, linguaggio tecnico, scambio di documenti, firme. Quando l’infermiera e la dottoressa se ne vanno salutano e lasciano la scena.

La TAC

Nudo come un verme sulla barella spinale sono pronto per la TAC. Altre mani delicate e forti, altri volti, entro in un tubo, il rumore di cui avevo sentito parlare e che temevo mi sembra quasi melodioso, il liquido di contrasto sembra ridarmi calore e vita. Torno nella grande sala del pronto soccorso, buone notizie, non ci sono danni gravi posso essere manipolato, tolto dal guscio protettivo e messo sul tavolo, ispezionato e inventariato, il medico detta, qualcuno registra. Sento freddo, incomincio a tremare e ogni parte del corpo comincia a far male. Mi coprono con quei fogli che sembrano d’oro ma non basta ad arrestare il forte tremore che forse è dettato anche da una scarica di emotiva. Anche il gruppo che mi assiste si rilassa, il medico, un giovane alto e brillante fa qualche battuta. Ora posso guardarmi in giro, una sala molto grande, piena di attrezzature tecnologiche, forse una specie di super camera operatoria.

I miei

Arrivano Paolo ed Arianna, erano arrivati a Roma dalla Puglia ma Paolo aveva seguito in diretta telefonica il mio recupero e aveva deciso di proseguire il viaggio. Aveva temuto il peggio quando alla accettazione, sentito il mio nome, l’avevano fatto entrare immediatamente nella struttura. L’ho visto stanco e stravolto, dietro a lui Arianna, più bella e più forte di sempre. Cosa ci fai qui, come hai fatto a venire. Hai notizie della mamma? Sta venendo con lo zio. Tempo e spazio si confondevano Roma Firenze Pistoia San Marcello, tutto era stato organizzato da Lucilla la quale finalmente arriva. Francesco arriverà domani mattina non ho voluto allarmarlo troppo. Mi sento più sicuro e sereno. I miei si allontanano con il medico alto il quale comunica i risultati della TAC e la situazione. Nulla di preoccupante ma dopo la sutura della ferita alla testa verrò portato in una zona di osservazione intensiva per controllare l’evoluzione della situazione.

La ferita in testa

Continuo ad avere ogni tanto spasmi di freddo, mi mettono anche un lenzuolo oltre alla pellicola d’oro. Un portantino o forse un infermiere mi sta vicino, mi guarda sorridendo e mi tiene una mano sulla spalla, sento un calore affettuoso provenire dalla sua mano. Mi mettono i punti e per far ciò mi girano su un fianco ma allora il dolore diventa lancinante e toglie il respiro. Tranquillo, abbia pazienza faremo presto, ma dovremo fare un bel ricamo. La ferita non deve essere semplice, è lacero contusa, la testa è tutta sporca di sangue rappreso e di detriti del bosco e di terra, raccolti nel ruzzolone. L’infermiera abbonda in disinfettanti e in lavaggi, sulla pelata passa un bel po’ di acqua ossigenata. Così sarà più bello, un po’ biondo. Riappoggio la testa sul tavolo e non sento nulla, l’anestesia locale ha funzionato. Ricomincio a sentir caldo, anzi comincia nausea e sudarella. Il dottore guardando il monitor dice piano. Extrasistole. I miei vengono allontanati ma si accorgono che sono in leggera difficoltà. Si accelera il passaggio alla nuova sezione, spostandomi nel nuovo letto. Come nei film. Lei non si muova, metta le mani sopra la pancia. 1, 2, 3. Di peso e dolcemente sono su un materasso morbido e su un letto tecnologico che spinto da due persone rapidamente percorre altri corridoi del pronto soccorso. I miei seguono a passo svelto, l’atmosfera è più allegra.

L’osservazione intensiva

Arrivo in un ambiente moderno, spoglio, arredato solo da monitor con tanti fili. Nuove mani, nuovi volti, calda e rassicurante accoglienza. Ora mi trovo entro l’area protettiva di una piovra di elettrodi. I miei vengono accompagnati fuori e tornano a casa. Il letto mi sembra enorme, l’aria condizionata è perfetta, la mia pelle finalmente non sudata scivola su lenzuola che sembrano di lino. Le luci vengono ridotte ma rimangono accese. Il mio cervello funziona a mille, ripercorre le ultime ore, di sonno non se ne parla. La mia stanza spaziosa comunica con una porta scorrevole molto grande con un ambiente comune dove molte persone si muovono, lavorano, parlano. Più in sottofondo si sentono lamenti ed infermiere che interagiscono con altri pazienti, certamente più sofferenti si me. Tutti parlano normalmente, quasi ad alta voce, le risate sono sonore. Dopo due notti capirò il perché. Non capisco tutte le dinamiche, ogni tanto mi assopisco. Una paziente mostra valori preoccupanti bisogna decidere un intervento viene consultato qualcuno per via telefonica, arriva, fanno qualcosa. La mattina di questo paziente si riparlerà nel passaggio delle consegne, il nuovo responsabile approva e dispone altri interventi. Nella notte mi assopisco ma presto vengo risvegliato dal dolore della ferita in testa che emerge con l’esaurirsi degli effetti dell’anestesia. Quando si fa giorno le attività si intensificano, entra l’addetta alle pulizie, passa uno straccio umido su tutte le superfici su cui si potrebbe posare la polvere passa due volte lo straccio per terra, mi guarda silenziosa di sottecchi e ci scambiamo un sorriso. Questa procedura di pulizia accurata si ripete due volte al giorno e la ritroverò identica anche in reparto. È domenica mattina, entro nella routine delle procedure e non tutti i ricordi si possono mettere in buon ordine cronologico, non ricordo ad esempio se il primo giorno in attesa la seconda TAC ho mangiato. Ma questo è un dettaglio.

Giovani specializzande

Nella mattinata entrano due giovani e graziose dottoresse. Anche loro mi studiano dettagliatamente, ecografie a gogo alla ricerca di eventuali lesioni interne. Una delle due sta imparando e quindi mi chiede di aver pazienza, in effetti passa il cursore delicatamente senza premerlo come altre volte mi era accaduto di sentire da parte di ecografisti più esperti e sicuri. Vedi lì è il rene, sì, ruota il cursore, no così. La voce della più esperta è melodiosa e paziente ed insegna alla sua collega in modo rassicurante. Le guardo meglio sono entrambe belle, di quella bellezza semplice e nobile che risplende con l’acqua e sapone. Chiedo se sono specializzande e rispondono cortesemente di sì. Ma siete pagate, spero. Si certo. Ma evitano di dire: non abbastanza. Raccolgono dati, li registrano sistematicamente e concordano con cura ciò che scrivono.

Il responsabile

Sento nella stanza che connette i vari box un voce maschile di qualcuno che parla in continuazione. Sembra che più persone lo consultino. Una voce ben impostata, una parlata tipicamente fiorentina, un po’ aristocratica. Sento che parla con Lucilla e Paolo e che illustra la situazione. Capisco che è il responsabile del centro. La disciplina è ferrea un solo familiare alla volta è ammesso. Lucilla entra con Paolo e il medico. Un uomo alto e robusto con barba e capelli lunghi ondulati vagamente somigliante a Nettuno. La sua voce e la sua parlata fiorentina continuano ad affascinarmi, provo immediata simpatia. Più tardi capirò perché. Mi sono rivisto in lui quando passavo gran parte del mio tempo a parlare a scuola e Rita, il direttore amministrativo, mi rimproverava. Preside deve parlare di meno e lavorare di più. Il mio Nettuno presenta un quadro chiaro. 7 costole rotte, ecchimosi varie, insufficienza respiratoria dovuta ad alcuni punti in cui i polmoni sono stati compressi, una petecchia (piccola emorragia) nella zona parietale, una situazione che richiede almeno 76 ore di osservazione e controllo e una nuova TAC. Alla fine della sua presentazione ringrazio e mi complimento per la splendida organizzazione e lui per tutta risposta. Scusate ma qui due familiari alla volta non possono stare, sapete poi gli infermieri mi rimproverano, le regole vanno rispettate.

Il bello dei giovani

Continuo a guardarmi in giro e mi colpiscono due cose: la quantità di giovani e il decoro e la bellezza di tutte le persone che mi girano intorno. È la settimana di ferragosto e i turni di ferie più sfavorevoli toccano ai più giovani. Nella mia testa, e temo nella testa di molti, i giovani sono disoccupati e quindi per definizione un giovane è un nullafacente, nel migliore dei casi uno studente. Bello essere contraddetti in questo pregiudizio vedendo questi giovani, operai, infermieri, medici, integrati in una macchina sofisticata ed esigente, bello vederli efficienti e competenti, bello vederli solerti e precisi, bello pensare che la tua vita è anche nelle loro mani. La sera di domenica due infermiere si presentano per portarmi alla nuova TAC. Sono allegro. Ma in questo settore vi scelgono tutte belle? La ci lasci stare, ci doveva vedere 20 anni fa com’eravamo belline, sto lavoro ci ha sciupate. Una risposta immediata in un simpatico toscano che provoca una irrefrenabile risata. Non mi fate ridere, mi fa male alle costole. Tornerò a pensare a questa cosa, all’eleganza e alla bellezza delle persone che operano in quella struttura e nel reparto in cui mi trovo adesso.

Le infermiere

Tutte le infermiere hanno un aspetto curato, i capelli a posto, quasi fossero passate prima dal parrucchiere, divise linde e stirate di fresco, portamenti eleganti, modi raffinati di porsi. Ma non sono a una festa mondana, lavorano con solerzia al servizio di malati, spesso sgradevoli nella loro triste e difficile condizione. Dall’osservazione intensiva passo all’osservazione breve, meno monitoraggio e stanza a due. La finestra dà sull’esterno e si vedono bene i lampeggianti delle autoambulanze e della polizia. Capisco perché le infermiere parlano a voce alta. Si fanno coraggio a vicenda. C’è un continuo via vai di strani casi, i prodotti della notte inquieta di Firenze. Io vado al 7, c’è da medicare il 3, dai vieni andiamo al 5. Risate fragorose per rinfrancarsi, per sentirsi gruppo.

I volontari

Al terzo giorno sono inviato in un reparto di medicina. Il trasporto avviene con una autoambulanza di una organizzazione di volontari. Un signore anziano e una giovane ragazza in divisa si presentano con una barella. Non posso muovermi per non peggiorare la situazione della mie costole, dal letto alla barella passo con un roller, un ingegnoso sistema simile ai nastri trasportatori usati per le casse di frutta. La ragazza, carina con gli occhi neri intelligenti e puntuti, si mette in spalla lo zainetto con le mie cose e comincia a spingere con l’altro signore la barella nei corridoi verso l’esterno, dall’aria leggera e fina del condizionamento al caldo afoso di questo terribile agosto di fuoco. Sulla autoambulanza, una volta partiti, non resisto e chiedo alla ragazza seduta vicino a me, che tiene l’ossigeno, cosa faccia nella vita. Sono ingegnere. O meglio, frequento la magistrale di ingegneria. Quale? Una cosa che nessuno capisce, un’incrocio tra elettrica e le comunicazioni. So tutto, è la laurea di mio figlio. Arriviamo, l’anziano che conduceva segue la nostra conversazione e quando dico che sono pensionato interviene. Anch’io con quarantatré anni di contributi, abbiamo già dato. Io quarantaquattro, e lei cosa faceva? L’esportatore ed ho 68 anni. Li ringrazio. Arrivo nel nuovo reparto e sono un caso che desta curiosità. Cosa le è successo? Un incidente stradale? quando dico che si è trattato di un incidente di montagna c’è una certa incredulità. Ripeto il mio racconto ad ogni cambio di turno finché la storia è socializzata e la domanda diventa: oggi come sta? In questa storia ci sono strane coincidenze.

Il volontariato

Un parente del mio compagno di stanza fa volontariato, come il conducente che mi ha accompagnato al reparto. Approfitto per chiedere come è organizzata la faccenda, mi serve saperlo perché voglio ringraziare gli alpini. Il signore che fino ad allora era rimasto taciturno si illumina e comincia a descrivere con chiarezza e passione il sistema. Mentre parla vedo un volto antico, come uscisse da un quadro raffigurante la corte medicea. Gli alpini come anche i trasporti interni al policlinico sono affiliati all’Anpas, Associazione Nazionale Pubbliche assistenze che raggruppa varie organizzazioni di volontariato. Anche le Misericordie, dico io. No quelle sono a sfondo religioso e sono più antiche. Così viene fuori che l’attuale struttura del volontariato e dell’assistenza origina dal trecento e che quello laico dalla tradizione mazziniana. Sono del tutto ignorante ma affascinato. Guelfi e ghibellini, antichi retaggi, una cultura diffusa e radicata nella storia. In Toscana è così, nel mio Lazio come sarà? Non so nulla. So per certo però che i profeti di sventura, i seminatori di odio, di rancore tribale, di vuoti riti celtici non sanno di questo sano tessuto connettivo tenuto in piedi da gente apparentemente semplice che esprime però una cultura stabile e radicata. Non è giovane e chiedo. Che lavoro faceva? Il tipografo.

L’organizzazione

Guarendo, da traumatizzato miracolato ho ripreso la mia identità di pensionato ex insegnante, ex ricercatore, ex Preside. Come ex Preside vedo le analogie tra un istituto scolastico e una struttura ospedaliera. I livelli di complessità sono diversissimi ma ci sono moltissimi elementi in comune da un punto di vista funzionale. Si tratta di strutture pubbliche in cui chi opera non lo fa per un padrone che deve massimizzare un profitto. Tipologie molto diverse di personale interagiscono, il servizio richiede una alta qualità professionale degli operatori, l’utenza esprime bisogni sui quali non sempre è in grado di effettuare un controllo. Conoscendo le difficoltà organizzative presenti nella scuola, in una scala notevolmente più ridotta, sono rimasto affascinato dall’organizzazione della struttura che mi ospita: uso avanzato delle tecnologie informative, standardizzazione spinta delle prestazioni, gestione continua ed efficiente dell’imprevisto, attenzione alle persone. Questa organizzazione è invisibile ma richiede molta burocrazia, molta carta, molte firme. Il malato non vede nulla, se non cerca di guardare e capire. Ora che sono in piedi mi muovo di più e osservo i dettagli del mio reparto vedo una macchina veramente molto complessa che si regge su procedure precise, scadenzate, documentate, responsabilizzanti. La mia cartella clinica cresce di giorno in giorno ed ognuno aggiunge un tassello che chi arriva dopo utilizzerà. Sulla discontinuità degli operatori si regge la continuità giorno e notte, festivo o feriale della prestazione al paziente. Ognuno che lascia un tassello sa che il collega successivo leggerà e potrà chiedere conto. La pianificazione è capillare e il carico di lavoro e di responsabilità per tutti non è leggero. Ognuno esegue il lavoro con scrupolo ed attenzione, c’è di mezzo la salute dei pazienti. Ci sono anche le pause che la gente tende a spendere stando insieme, spesso allegramente.

La ricerca e l’apprendimento

Nello spostamento in reparto dal pronto soccorso vengo abbandonato dalla prima equipe coordinata da Nettuno. Si riparte dalla documentazione presente nella cartella che viene esaminata collegialmente, con me adagiato nel letto. Non conosco le esatte gerarchie: tre giovani specializzandi, due docenti, il professore. La lettura della documentazione è attenta e critica. Incrociano i dati con domande poste a me, alla fine mi chiedono. Lei sa perché l’hanno mandata da noi? La mia risposta è soddisfacente, scatta una certa empatia e mi comunicano quali nuovi esami saranno fatti e le terapie. Nel gruppo anche la prossemica sottolinea i ruoli: i due docenti seduti, i giovani in piedi scattanti ed attenti, si vede che hanno già studiato la documentazione e sanno indicare dove trovare le risposte ai quesiti che i docenti stanno ponendo. Il professore rimane sull’arco della porta, arretrato. Lo vedo solo se con qualche sforzo giro la testa. Segue e osserva ma non interviene. Ha il volto ieratico di chi ha molto studiato e insegnato. Ho insegnato e sono colpito da questa forma di apprendimento e di formazione di una competenza altamente complessa, iper specialistica ma fortemente ancorata alla pratica condivisa legata all’esperienza. Ma l’esame del dato scientifico non prescinde dalla storia dell’evento e dalla persona che l’ha subìto. Ok ci sono delle ossa rotte da riparare ed altri piccoli guai ma come mai si è prodotto l’evento? Come è scivolato? Un piccolo giallo che va risolto se vogliamo realmente curarla. Il giorno dopo il medico più giovane, facendo la rituale intervista per l’anamnesi, alla presenza di Lucilla, fa la domanda chiave. Lei ha sentito il rumore delle foglie schiacciate da suo marito che rotolava giù, ma non ha sentito gridare o imprecare o chiede aiuto. No. Quindi è svenuto. Da questa ipotesi partono ulteriori accertamenti diagnostici.

Torniamo all’economia

Ma quanto vale il Careggi? Il letto tecnologico, che con un pulsante prende le forme che voglio, quanto costa? Quanto vale se si rivendesse? Quanto vale in termini di utilità che può avere in futuro? In quale bilancio è contabilizzato? A quale valore. Il Careggi è un bene, un patrimonio da qualche parte contabilizzato o è visto solo come una voragine che assorbe risorse senza fine. Quanto valgono i beni e servizi che produce? La mia salute quanto è prezzata? I valore dei beni e servizi prodotti dipende da quanto il mercato è disposto a pagarli. Questi beni e servizi li paghiamo con le tasse, il popolo non vuol pagare più le tasse, pretende che i servizi costino meno per consumare di più altri tipi di beni. Quanto vale il capitale umano racchiuso al Carreggi, quanto è costato per costituirlo, quanto altro capitale umano potrà a sua volta produrre? In una società così complessa e ricca, centrata sul benessere collettivo, gli strumenti concettuali dell’economia classica, il PIL, il debito pubblico, il deficit andranno certamente rivisti. Se la smettessimo di pensare che il debito pubblico sia un buco di debiti da restituire ai creditori e cominciassimo a vederlo come un capitale sociale costituito da un immenso patrimonio fatto di ospedali, scuole, strade, ferrovie, infrastrutture elettroniche, competenze. Quando capiremo che il debito e il valore dei Btp è garantito dalla coesione sociale di cittadini che amano pagare le tasse (Padoa Schioppa)?

Tutte rose e fiori

La botta in testa non mi ha addolcito, non vedo solo rose e fiori, anzi questa esperienza mi rende più severo. Sopporto di meno coloro che offendono i dipendenti pubblici rappresentandoli come incompetenti e nullafacenti, come un peso e non una risorsa. Detesto i cani rabbiosi che ringhiano contro tutti i politici, contro lo stato nazionale dall’alto dei loro sgabelli o poltrone televisive, detesto l’intrattenimento televisivo che spettacolarizza la catastrofe annunziata, detesto gli amministratori pubblici che rubano o sperperano il denaro pubblico, detesto i politici indegni, i Lusi, i Renzo Bossi, le Minetti, i panzoni razzisti che ci rappresentano al parlamento Europeo, detesto il leghismo, vero cancro moderno di una società di vecchi ricchi in declino. Non ti amo Di Pietro che hai fatto mercimonio dei Valori per costruirti un partito personale, che attacchi Napolitano pur di prendere qualche voto dai grillini, non ti amo Camusso che non hai accolto l’appello di Napolitano, che hai annullato i possibili effetti positivi del provvedimento sul lavoro allungando i tempi per affermare il potere di interdizione della tua organizzazione a scapito degli interessi nazionali e hai perturbato per mesi i contratti di lavoro dei giovani, non ti amo Grillo che dall’alto del tuo successo economico ti puoi permettere di puntare su un disastro rigeneratore, attirando migliaia di gonzi sedotti dal piffero della democrazia virtuale della rete, non ti amo Berlusconi che non ti rassegni a invecchiare e non accetti che qualcun altro più giovane possa interpretare validamente le istanze della destra, non vi amo cari concittadini italiani che speculate contro il vostro paese portando i soldi all’estero. La TAC di venerdì 24 potrebbe dimostrare che queste idee sono il frutto del trauma subìto.

Da questa avventura potrei trarre molte altre storie ma non penso di fare lo sceneggiatore di serie televisive.
Gli sguardi di Francesco, Paolo e Arianna, le timide carezze di Lucilla sono intime dolcezze di cui non si può scrivere sul blog.

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