Limiti dello sviluppo

Come dicevo nel precedente post, la lettura del volume I limiti dello sviluppo edito da Mondadori mi aveva guastato la vacanza del 1973. Ero laureato da poco e allora la laurea valeva molto, mentre prestavo il servizio militare avevo già avuto l’incarico a tempo indeterminato per l’insegnamento. Si respirava ancora il clima del miracolo economico anche se i primi dubbi e i primi problemi erano emersi nel ’68 ma in un senso progressivo, si poteva desiderare ancora di più, si poteva migliorare la società, anzi sognarne una nuova in cui il progresso economico si coniugasse con la qualità dei diritti riconosciuti a tutti, il progresso si poteva estendere e l’umanità poteva avanzare.

Il libro invece inseriva un dubbio fondamentale: nessuna popolazione può crescere indefinitamente in un ambiente limitato, l’umanità che stava crescendo sempre più velocemente in numero e in qualità della vita avrebbe trovato un limite oggettivo invalicabile nell’ambiente terra, anzi avrebbe distrutto l’ambiente rendendolo un deserto invivibile. Da questo assunto teorico, facilmente condivisibile, semplicemente ragionando sullo spazio fisico a disposizione di ciascuno o sulle scorte di fossili e di materie prime disponibili, lo studio cercava di prevedere come e quando poteva avvenire il disastro, quali sarebbero state le variabili decisive che, uscite dal controllo dei governi nazionali,  delle istituzioni internazionali avrebbero spinto l’umanità in un burrone.

Lo studio coinvolgeva manager, filosofi, umanisti, scienziati e ricercatori raccolti intorno al problema del futuro dell’umanità i quali avevano deciso di studiare in modo scientifico e non ideologico il problema affidando lo sviluppo di un modello di simulazione della vita del pianeta al  Gruppo di Sistemi dinamici del Massachusetts Institute of Tecnology (MIT).

Tale modello doveva tener conto, nel contesto mondiale, dell’interdipendenza e della interazione di cinque fattori critici:

  1. l’aumento della popolazione,
  2. la produzione degli alimenti,
  3. l’industrializzazione,
  4. l’esaurimento delle risorse naturali e
  5. l’inquinamento.

Nella premessa gli autori dichiaravano quarant’anni fa:

Siamo convinti che la nostra attuale organizzazione sociale e politica, la nostra visione a breve termine, il modo frammentario di affrontare le cose e, soprattutto, il nostro attuale sistema di valori, siano inadatti alla problematica moderna, sempre più complessa e globale, o perfino a concepirne la vera natura. Profondi cambiamenti devono essere attuati per dare un nuovo indirizzo alla situazione mondiale prima che sia troppo tardi, ma essi non possono partire nella giusta direzione, se non capiamo come le nuove realtà da affrontare differiscano da quelle che l’uomo ha affrontato nei secoli e millenni passati e che diedero forma alla sua evoluzione biologica, psicologica e sociale, come esse siano state trasformate dall’intervento stesso dell’uomo e, soprattutto, come queste nuove realtà ibride, in parte naturali e in parte artificiali, che condizionano la vita sul nostro pianeta, operino realmente.

Alla prossima le conclusioni del rapporto

3 risposte a "Limiti dello sviluppo"

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