Il dolore della scuola

Nella mia breve ma intensa esperienza da Preside la cosa forse più dura e dolorosa è stata la relazione con le famiglie. Parlare con padri e madri, con nonni, con affidatari angosciati preoccupati a volte ringhiosi ed aggressivi a volte in lacrime. Consolare e incoraggiare un genitore di un ragazzo svogliato o ribelle, la madre di un diversamente abile, il nonno di una ragazza che si sta perdendo. A me arrivavano i casi estremi ma i miei docenti raccontavano i tanti casi difficili di cui era popolata la scuola. Direte, niente di nuovo, è sempre stato così, l’educazione dei giovani è un’impresa difficile e la vita degli umani è cosparsa di dolore. 

Forse è così. Ma in questi tempi, a partire dalle torri gemelle, a partire dalla grande crisi del 2008, qualcosa sembra essersi incrinato irreparabilmente, è diventato più opaco ed incerto il nostro futuro e la scuola vive di questo poggiando le radici sul passato. Si dice che l’ascensore sociale si sia rotto, che i figli forse staranno peggio dei loro padri, che la carriera e il successo è riservata ad elite sempre più ristrette. Il lavoro del docente è diventato più difficile ed ingrato perché ha a che fare con un giovane sfiduciato e dubbioso che attende passivamente gli eventi.

La crisi politica che a partire dagli anni novanta ha lentamente eroso e sgretolato l’autorità e l’autorevolezza dello Stato, delle istituzioni, dei valori fondamentali e pacifici ha intaccato l’autorevolezza della scuola che non è più vista come una funzione dello Stato unitario ma come una agenzia autonoma regolata dalla concorrenza interna, dalla competizione e dalla misura dei risultati. L’identità e le identità si sono appannate o dissolte e la babele delle lingue e delle proposte regna sovrana.

Ieri pomeriggio ho incontrato un giovane padre, una persona di grande qualità con una famiglia di quelle splendide, tre figlietti che stanno crescendo e fiorendo nella loro bellezza. Anche per un dovere di cortesia in questi casi si chiede dei figli ma a volte si capisce che era meglio evitare. Così mi racconta delle difficoltà che questi ragazzini/e hanno in questo momento a scuola e il racconto oscilla tra considerazioni ugualmente sconfortanti: delusione per ciò che la scuola fa malamente, sensazione che questi ragazzi vengano abbandonati al loro destino e sanzionati semplicemente con la solita bocciatura minacciata e forse  evitata, sensazione della propria  impotenza come famiglia, paura  di non poter far qualcosa per il loro futuro che si percepisce difficile.

La scuola dovrà gestire la regressione e non il progresso, questo è il dolore che l’istituzione scuola soffre in questo momento storico.

Ieri sera con queste riflessioni in testa, provocate dall’incontro con il giovane padre, seguo il dibattito alle 8,30 dalla Gruber. Un sindacalista, una politica, un esperto, una studentessa a confronto.

La riforma così pasticciata ed informe, così piena di contraddizioni, così opportunistica ed elettoralistica non può che generare un dibattito sgangherato e arruffato fatto di luoghi comuni, imprecisioni, ignoranza, pregiudizio, difesa di interessi corporativi.

Agghiacciante la rappresentante politica, un clone della testa renziana, svelta nello sciorinare le frasi fatte, gli articoli della legge, gli slogan, le faq quasi come una macchinetta, senza compassione, senza provare alcuna empatia con il malato da curare. Ci abbiamo messo 4 miliardi!

Anche la studentessa aveva studiato la lezione, l’aveva studiata bene con argomentazioni che aveva evidentemente appreso da altri ma con la vivezza nello sguardo intelligente, con la spigliatezza di una lingua ben posseduta, con la passione di chi è direttamente coinvolto.

L’esperto, un giovane giuslavorista, dalle mani curate ed abbronzate, doveva dire cose più profonde e documentate, era l’esperto ma la retorica del talk show l’ha costretto a citare sua nonna, l’impeto della discussione l’ha portato a discettare di competenze confondendole con conoscenze, era chiaro che non aveva capito bene il servizio di Pagliaro confondendo scuola-lavoro con il sistema duale tedesco. Il sindacalista faceva il suo mestiere difendendo le posizioni della sua organizzazione dando a vedere che poco sapeva dei veri umori della gente che sta a scuola, dai dirigenti ai bidelli.

Sono sempre più convinto che la riforma che il Parlamento sta approvando a passo di corsa non potrà lenire il dolore della scuola, tantomeno scioglierne le cause.

2 risposte a "Il dolore della scuola"

  1. Leggo sempre i commenti e le osservazioni di Bolletta che condivido in pieno.
    E mi piace ritornare con la memoria al CEDE a cui tutti gli insegnanti guardavano con , le api e le formicheinteresse. Ho letto in questi giorni il pampflet di Walter Tocci : la scuola, la api, e le formiche. Mi è piaciuta soprattutto l’ultima parte più sintetica e stringente. Mi piacerebbe conoscere il parere di Bolletta.

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    • Non ho letto il libro ma solo alcune recensioni e credo di aver capito seppur sommariamente la posizione. Oggi ho condiviso un suo intervento sulla rete e spero vivamente che riesca a candidarsi a sindaco di Roma, è l’unica speranza per ora. Nel merito, sulla scuola la mia posizione è un po’ più severa della sua sulla riforma renziana, ma capisco che avendola approvata in parlamento Tocci debba sottolinearne gli aspetti positivi. Non condivido il fatto che butti a mare tutto il riformismo dell’ultimo ventennio senza ricordare che destra e sinistra si sono alternate alla guida della scuola. Critiche e analisi vanno fatte in modo più circostanziato, ma ripeto non ho letto il libro. Detto per inciso, costa troppo, con le indennità parlamentari che hanno potrebbero rinunciare ai diritti d’autore, l’ebook costa 12 euro ..troppo.

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