La posta in gioco 2

Nel post di ieri mi sono divertito a rispondere ad una domanda un po’ provocatoria di un amico su Facebook ed ho approfittato per introdurre qualche concetto un po’ scolastico sul concetto di previsione. Oggi vorrei tornare sul concetto di probabilità.

Sì, era un post un po’ scolastico anche perché per quasi una ventina d’anni ho insegnato Calcolo delle probabilità, statistica e ricerca operativa a ragazzi dell’istituto tecnico per l’informatica.

Una delle derive disastrose di questi giorni è il diffondersi di concezioni magiche, superstiziose quasi animistiche che rinunciano a conoscere la realtà naturale, quella sociale, quella dei sentimenti per ciò che sono basandosi sui fatti e sulla razionalità. Se rileggete l’introduzione di questo blog troverete questo obiettivo, reagire alla deriva irrazionale e di pancia di gran parte della nostra società.

Il mio interlocutore su FB, dopo la lettura del mio post, ribatte che la sua previsione era che Renzi sarebbe riuscito a raggiungere il famoso 40% perché nel referendum aveva totalizzato quel consenso. Certo è un evento possibile ma secondo il mio ragionamento la probabilità è molto bassa, prossima a zero.

Il mio interlocutore non ha precisato la sua valutazione di probabilità ma dal modo in cui si esprime pensa che la probabilità sia abbastanza alta.

Questa divergenza può dipendere dal diverso stato informativo, ciascuno sa cose diverse in base alle quali si sente di fare quel pronostico oppure uno dei due non agisce razionalmente ma solo in base a un pregiudizio, a un sentimento, a una speranza. Per far convergere le due valutazioni dovremmo scambiarci le informazioni in nostro possesso, approfondirne l’analisi oppure dovremmo tradurre queste valutazioni in scommesse.

Quanto ci scommetti che …. Il rischio, la posta in gioco porta ad esaminare la situazione con razionalità se supponiamo che nessuno ami perdere inutilmente il suo denaro. Io non ci scommetterei un euro su un governo monocolore PD dopo le elezioni mentre il mio interlocutore che dà l’evento quasi certo è disponibile a giocare una posta quasi uguale alla eventuale vincita se Renzi vince. Ma forse se deve sborsare di tasca propria potrebbe pensarci meglio e capire che la vittoria non è così sicura e  una posta troppo alta non conviene quindi tenderà ad abbassarla per stare più sicuro di non buttare il suo denaro al vento. La posta tenderebbe ad annullarsi se non ci fosse una regola di coerenza che consente che la scommessa sia equa: la regola dice che in qualsiasi momento il banco può scambiarsi con lo scommettitore. Questa regola porterà me ad alzare la posta  se pensassi che la probabilità vera dell’evento non sia così bassa e il mio interlocutore a non ridurre troppo la posta se pensa che la probabilità sia comunque elevata. Alla fine a parità di stato informativo dovremmo convergere su una valutazione della probabilità quasi uguale. (detta male è la definizione di probabilità soggettiva di Bruno de Finetti).

Scusate questa digressione un po’ pedante ma la valutazione delle probabilità di un evento futuro risulta significativa ed utile tutte le volte che devo prendere una decisione che determina un rischio economico. Se Amazon deve decidere dove dislocare in Europa un nuovo magazzino che richiede un investimento deve considerare ad esempio la previsione degli esiti delle elezioni e le sue conseguenze sull’economia, non solo, se ha tempo sufficiente, potrebbe influenzare il voto dei cittadini orientandole verso scelte a lui favorevoli. In sistemi sociali così frammentati e con sistemi elettorali parzialmente maggioritari bastano piccoli spostamenti dei voti perché si possa ottenere un risultato ora del tutto improbabile. Quattro o cinque mesi sono lunghi. E non c’è solo Amazon, c’è Putin, qualche altra multinazionale, i nostri creditori in BTP …

Una multinazionale, una banca, un imprenditore devono studiare le prospettive future e fare calcoli e previsioni ma tu Bolletta perché perdi tempo a fare previsioni? Che gusto ci provi?

Molto tempo fa ascoltai una conferenza dello storico della scienza  Paolo Rossi che parlando di scienza e di epistemologia disse che il miglior modo per validare una teoria era di vedere se era in grado di prevedere il futuro. Non disse così ma io così la recepii e l’ho adottata molto spesso nei rapporti con le persone: se di una persona mi ero fatto un’idea la verificavo cercando di prevedere le sue mosse in circostanze inedite. Era un modo per verificare la mia capacità di comprensione delle persone  che mi circondavano. Questo fu più frequente quando mi trovai a fare il preside.

Ora questo blog mi consente di mettere nero su bianco le mie previsioni e verificare se sono ancora capace di interpretare i segni degli avvenimenti politici che mi circondano. Il rischio che corro è quello di far brutta figura, il vantaggio è quello di capire meglio se altri dissentono.

Così proprio oggi ho riletto con una certa soddisfazione un vecchio post di tre anni fa. Non faccio commenti.

In  Bersaglio mobile Mentana ha cercato di mettere in croce Cuperlo evidenziando la contraddizione della minoranza PD che, sempre più insoddisfatta, non ha il coraggio di fare la scissione. Cuperlo parla come scrive, in modo complesso, ricco, pieno di riferimenti colti, è difficile isolare un concetto semplice e l’impressione è sempre che ti stia fregando o stia divagando. L’analisi è chiara e spietata e le ragioni per non essere d’accordo con il suo capo sono importanti e sufficienti per prendere decisioni estreme ma poi si richiama ad una specie di disciplina di partito, ad una sorta di fedeltà profonda alla storia personale alle scelte del partito di origine. E’ il grande punto interrogativo di queste settimane, perché Bersani, Fassina, Cuperlo, Civati e tanti altri non se ne vanno? La grande stampa in questa apparente contraddizione ci inzuppa il pane, la amplifica ingigantendo ed estremizzando alcune renzate che potrebbero essere considerate anche meno gravi di quanto non appaiano. Oggettivamente se il PD si spaccasse Berlusconi riavrebbe fiato, il M5S potrebbe rientrare in gioco alla grande, lo stesso Renzi potrebbe cavalcare alla conquista del centro, cioè gli scissionisti avrebbero solo da perdere. Una scelta politica di chi non molla e non cede al tanto peggio tanto meglio.

La giornata di ieri era stata caratterizzata anche dalla scelta del nuovo ministro degli esteri: Napolitano questa volta ha posto un veto di fronte all’irruenza del premier che voleva un’altra giovanissima donna a capo della diplomazia italiana. L’ha detto in tutte le salse: l’esperienza, la saggezza, la cultura sono requisiti indispensabili per chi maneggia la pace e la guerra. La soluzione trovata ha premiato un politico di lungo corso, già ministro e soprattutto fervente renziano convertito dopo che aveva servito in varie esperienze politiche. Appena uscita la notizia su FB di Gentiloni ci sono stati i primi commenti e mi sono affrettato a scrivere: allora avremo Veltroni presidente della Repubblica. Infatti Gentiloni mi sembrava fosse un fedele veltroniano che durante il colpo di mano renziano nel partito aveva assicurato l’appoggio di Veltroni che si teneva lontano dall’agone politico celebrando addirittura le nozze di attori famosissimi. Insomma mi era sembrato un segnale di attenzione per un personaggio del partito vicino a Prodi, contrario a D’Alema e che seraficamente si era lasciato rottamare non ripresentandosi alle elezioni. Forse in vista del Quirinale.

Ma questa mattina su Huffington post un’altra ricostruzione dei rapporti di potere che hanno prodotto questo ministro degli esteri ha riproposto un personaggio eminente che rivendica a sé l’appartenenza politica di Gentiloni, quel Rutelli che scomparso dalla scena politica si è ricostruito una posizione indipendente e rispettata al centro in un’area catto-radical-liberale che negli ultimi tempi ha bruciato tanti piccoli leader e che è il pascolo a cui Renzi deve attingere per brucare nuovi voti. Quindi anche Rutelli potrebbe essere il nuovo presidente.

Leggendo l’intervista di Rutelli ho capito meglio che la vera posta in gioco di queste settimane è solo la presidenza della Repubblica e la vera grande forza di Renzi è la scelta del nuovo presidente che dopo il quasi decennato di Napolitano avrà un potere enorme o che dovrà essere depotenziato e ricondotto ad una funzione notarile con un primo ministro debordante e potente. Sarà Renzi a pilotare l’elezione e non dovrà sbagliare, ne va del suo futuro. Bersani fu bruciato proprio in quella partita ed ora molti sono seduti sulla riva del fiume in attesa di un nuovo cadavere.

Un sistema politico un surplace in attesa che Napolitano si decida o soccomba sotto il martellante incedere dei problemi quotidiani. Se Renzi riuscirà è sicuro che protrà governare per almeno 10 anni.

Ma per riuscire deve risuscitare qualche rottamato e dovrà rimettere in gioco quella generazione che voleva mandare in pensione. Renzi, continuo a pensare, non è però un grande politico, è un fuoco di paglia capace di mettere tutto a ferro e fuoco ma non potrà resistere a lungo. Il suo errore fatale fu quello di far fuori Letta di non aver capito che Letta poteva essere la chiave per il suo successo imperituro.

Letta a un certo punto rimarcò il fatto che con il suo governo una nuova generazione aveva preso il potere, si offriva come servitore delle istituzioni per un passaggio che richiedeva almeno un anno e mezzo, tempo tecnico per qualsiasi riforma costituzionale, chiedeva di regnare durante il semestre europeo e poi dritti alle elezioni con nuove regole. Renzi poteva governare il partito e andare al governo dopo le elezioni, votato da cittadini come aveva sempre spergiurato di voler fare. C’erano anche i tempi perché Letta diventasse eleggibile alla presidenza delle Repubblica, un cinquantenne al Quirinale un quarantenne a palazzo Chigi. Ma Renzi non capì e preferì fare l’assopigliatutto risuscitando quel conte di Arcore che Henry conte di Read aveva messo al margine sparpagliandone l’esercito. … ma questa è fantapolitica quella della cittadella assediata.

 

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