In memoria della terza prova

Quando si va in pensione si cambia radicalmente vita e rapidamente si prendono le distanze dal proprio lavoro, gradualmente ci si dimentica di tante battaglie e di qualche vittoria, inevitabilmente degradano competenze che ci avevano identificato. Ciò che era stato al centro dei nostri interessi si allontana e si spengono tante passioni. Per me la scuola, la valutazione, gli esami di stato sono un passato remoto da cui non ho divorziato ma che non è più alla portata delle mie scelte.

Tuttavia un anziano riflette sul proprio passato, sulle proprie esperienze e le proietta sui giovani e sui piccoli che ora e in futuro saranno sulla breccia della vita.

In fondo, in questo blog è quello che faccio: racconto e rifletto senza alcuna illusione che serva a qualcosa … forse a me per tenere in esercizio cuore e cervello. Questa lunga premessa per mettere in guardia il lettore, non si aspetti un intervento scientifico con citazioni e note questa è una riflessione basata sulla memoria diretta forse imprecisa e deformata dai residui della passione che ho dedicato al tema che voglio ora sviluppare.

Bene, da pochi giorni sono terminati gli esami di Stato e qualcuno tenta di raccogliere dati sugli effetti delle novità contenute in questa ennesima riforma. Per ora la testimonianza più interessante che mi è capitato di leggere sul nuovo esame riguarda le buste dell’orale contenenti un documento o un testo da cui partire nel colloquio. Si tratta di un post del prof. Vigilante che racconta il proprio disagio nel vedere gli studenti ridicolizzati, messi alla berlina dalla casualità di una provocazione che li costringe a costruire nessi spesso privi di senso.

Sì, perché una delle novità dell’esame era l’abolizione delle tesine rimpiazzate da una modalità di avvio del colloquio affidata alla casualità quasi fosse un concorso con una commissione di cui diffidare e non un esame finale di un corso quinquennale in cui metà degli esaminatori conoscono benissimo i candidati. Ma non è di questo che volevo parlare, l’articolo di Vigilante è più che sufficiente per capire che la soluzione nuova è molto peggiore della precedente.

L’altra fondamentale novità è l’abolizione della terza prova, lasciatemi scrivere qualcosa in memoria della defunta visto che mi è capitato di dedicare quattro o cinque anni della mia vita alla realizzazione di questa che era la novità della riforma berlingueriana del 1998.

Ne scrivo con una certa mestizia come è giusto che sia in qualsiasi funerale anche se la trapassata non godeva in vita di buona stampa. Infatti la terza prova non godeva di buona stampa presso gli insegnanti: loro erano abituati a ricevere rassicuranti buste sigillate che li sollevavano dalle loro responsabilità, quasi sempre il Ministero era il cattivo e l’incompetente se qualcosa non andava liscio, con il nuovo esame del ’98 la commissione, un gruppo di docenti eterogeneo, doveva formulare in poche ore consultando un affrettato e a volte generico documento del consiglio di classe una prova strutturata, correggerla, valutarla. La terza prova non era simpatica nemmeno agli studenti, in alcuni casi era un barzelletta che appiattiva i punteggi e immiseriva i più bravi ma in molti casi era la prova più temuta perché a domande puntuali occorreva rispondere in modo preciso e non si poteva supplire alla propria impreparazione con chiacchiere vagamente retoriche. Insomma alla lunga la terza prova diventò un impiccio difeso da pochi e la sua eliminazione rientra nella politica attualmente prevalente di lisciare nel verso giusto il pelo dell’elettore.

Ma tu Bolletta cosa c’entri in questa storia?

La legge di riforma dì Berlinguer aveva previsto un monitoraggio triennale della sua attuazione che fu affidato al Centro Europeo dell’Educazione (CEDE) operante a Villa Falconieri dove io all’epoca ero distaccato.

Proprio per il carattere innovativo dell’introduzione della terza prova l’Ente fu incaricato di assistere le scuole e le commissioni in questo lavoro.

La necessità di una terza prova scritta nasceva da un antico studio portato a termine dal gruppo di ricerca di Visalberghi nell’ambito delle indagini IEA dell’inizio degli anni ’70 realizzate all’interno del CNR. Secondo tali indagini empiriche i voti della maturità correlavano poco con gli esiti delle prove oggettive IEA e soprattutto non riflettevano le differenze territoriali che le indagini IEA avevano chiaramente evidenziato già all’epoca.

Per molto tempo si era pensato che commissioni miste formate da docenti provenienti da altre regioni, anche lontane, permettessero quell’osmosi dei criteri valutativi che poteva garantire uno stesso metro di giudizio così che il voto assegnato dipendesse solo dalla preparazione dello studente e non dalla regione di appartenenza o dalla commissione.

Migliorare l’affidabilità dell’esame finale della scuola secondaria era possibile in tanti modi ma quello principale sarebbe dovuto essere una prova nazionale di tipo oggettivo per tutti e non stesse tracce nazionali ma correttori e valutatori diversi come sempre era successo.

La soluzione di compromesso adottata dal Parlamento nella riforma del ‘98 fu quella di introdurre una terza prova scritta strutturata ma lasciata alla responsabilità delle singole commissioni. Infatti non vi era in quel momento nessuno che fosse in grado di predisporre una o più prove valide ed affidabili a livello nazionale. La soluzione trovata fu una specie di ossimoro: una prova oggettiva prodotta e corretta ritagliandola sulla preparazione effettiva dei candidati, che quindi non poteva essere in grado di uniformare la metrica dei punteggi finali rendendoli effettivamente confrontabili a livello nazionale. Benedetto Vertecchi, allora presidente del CEDE, partì chiedendo adeguate risorse e le ottenne, chiese altro personale ad hoc per seguire la nuova competenza del CEDE sugli esami. Rapidamente furono selezionati dal Ministero alcuni docenti esperti, una decina circa, sulla base del curricolo presentato e furono distaccati a Villa Falconieri per costituire l’ONES, Osservatorio Nazionale sugli Esami di Stato.

Il progetto dell’Osservatorio era abbastanza complesso ed ambizioso perché non si trattava solo di osservare in modo neutro ma si chiedeva di essere parte del processo di miglioramento e di applicazione della nuova riforma.

La fase di progettazione dell’intervento fu lunga e difficile ma eravamo pressati dalla scadenza degli interventi che dovevano essere sincronizzati con la prima sessione del nuovo esame prevista per l’a.s. 1998-99. In una riunione del gruppo di lavoro, essendo io il più ansioso, provai a fare un conto alla rovescia per rispettare le scadenze e disegnai una banale schemino sulla mia agenda usando le mie conoscenze dei PERT e dei cammini critici. Ciò mi valse la nomina sul campo di coordinatore dell’Osservatorio.

A questo punto del mio racconto in memoria della terza prova, volendo risparmiare le mie forze, riprendo quanto scrivevo sull’argomento nel piccolo omaggio che resi a Villa Falconieri e al percorso lavorativo che ebbi la ventura di vivere là.

Repertorio Terze prove
Eravamo consapevoli che occorreva investire in strumenti utili agli insegnanti ai quali si chiedeva una prestazione nuova. Fu deciso di pubblicare un repertorio di esempi di terze prove da stampare e distribuire in tre copie a tutte le scuole. Mi limito a riportare solo la foto di alcuni dei repertori che stampammo e inviammo a tutte le scuole sede di esami di stato. Per capire quanto fosse temeraria l’impresa basti pensare che lo stampatore, che stava a Città di Castello, ebbe problemi di approvvigionamento della carta, basti pensare cosa volesse dire produrre materiali didattici originali ben confezionali, privi di refusi, difendibili dal punto di vista metodologico e privi di errori nei contenuti, basti pensare che tutta l’operazione doveva essere terminata in sei mesi entro l’inizio degli esami.

Conchiglia
In parallelo occorreva mettere a punto lo strumento per la raccolta dei voti assegnati e ci inventammo Conchiglia, un programma che automatizzava la gestione dei dati e la produzione dei verbali in cambio dell’invio di tutti i punteggi assegnati all’ONES. In Villa vedemmo poco la mole di questo lavoro perché stampa e spedizione dei volumi e dei CD-rom erano gestiti dalle aziende che avevano avuto l’appalto. Noi stessi avevamo una percezione riduttiva dell’impatto che questo progetto poteva avere sulla prassi della scuola in modo diffuso.

Io ero fiero, orgoglioso di far parte di questo progetto al punto che mia cognata mi prendeva in giro dicendo che mi ero montato la testa, che la scuola vera era un’altra cosa e che eravamo degli illusi. Tra me e Vertecchi si era innescata una insana rincorsa, lui era specializzato a spostare l’asticella sempre più in alto, io specializzato nel raccogliere le sfide anche a costo di fare nottata a lavorare. Conchiglia fu quasi una sfida personale: la situazione delle scuole dal punto di vista dell’uso della nuove tecnologie non era del tutto nota, piattaforme le più varie, le competenze e la disponibilità a collaborare paurosamente incerte.

Lo stesso programma che avrebbe dovuto stampare anche il certificato e il diploma non era ben collaudato, dati i tempi, su tutte le possibili stampanti. Assicurammo una assistenza telefonica ma avevo rinunciato ad un centralino informatizzato tipo call center, troppo costoso. Così con l’aiuto di 5 contrattiste affrontai l’impatto telefonico delle scuole e delle commissioni alle prese con il software. Successe di tutto, per alcuni giorni stetti con le mie conchigliette (le contrattiste che collaboravano nell’Ones) al telefono ininterrottamente per una decina di ore al punto che mi erano venute delle piccole piaghe in bocca a forza di parlare. Questo accadde il primo anno ma successivamente le cose furono più tranquille e gestibili. Il monitoraggio previsto dalla legge era di tre anni per cui il lavoro si replicò e si consolidò nel tempo.

Questa memoria sulla vita della terza prova e sul suo avvio si intreccia con l’avvio di quello che diventerà in seguito l’INVALSI.

Nel luglio del 1998 finisce il CEDE e viene istituito l’INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell’Istruzione) con il compito di “valutare …. l’efficienza e l’efficacia del sistema di istruzione nel suo complesso ed analiticamente, ove opportuno, anche per singola istituzione scolastica” nonché per valutare la “soddisfazione dell’utenza”. La norma assegna all’istituto anche “il compito di realizzare … promozione della cultura dell’autovalutazione da parte delle scuole” Per il nuovo regolamento applicativo e la nuova pianta organica bisognava aspettare però altri due anni fino al 2000.

Lo spoil system

La precarietà di tutto il personale che lavorava a Villa Falconieri si rifletteva sulla stessa dirigenza sia quella tecnico-scientifica costituita dalla presidenza e dal direttivo sia su quella amministrativa costituita dal segretario generale divenuto a un certo punto direttore.

Ormai in tutta l’amministrazione pubblica si era radicata la prassi di muovere i dirigenti in base alle scelte politiche della maggioranza che prendeva il governo. Altro che authority indipendente suffragata da un chiaro prestigio accademico e scientifico, il presidente sapeva che al cambio di ministro occorreva preparare la valigia.

In fondo il settore che meno soffriva di questo clima precario era proprio quello amministrativo-burocratico che doveva assicurare la continuità nella stesura dei bilanci, nella rendicontazione dei progetti, nella documentazione delle scelte operative, nella vigilanza della esecuzione dei contratti con entità esterne nella gestione dei numerosi contratti di lavoro.

In fondo Villa Falconieri era l’immagine in piccolo di ciò che accadeva nella pubblica amministrazione e nella società: precarizzazione sistematica con la scusa che si dovevano tagliare gli addetti e risparmiare, maggior potere lasciato alle istanze burocratico amministrative che compensavano la logica dell’alternanza politica che consentiva solo brevi periodi di stabilità di indirizzo.

2001 ministero Moratti

Avevamo sottovalutato una diffusa insofferenza di molti ambienti della scuola, tutto questo riformismo della sinistra era a volte scomodo, mischiare la media con le elementari, questo esame di stato che non era più il bell’esame di maturità di una volta, questa idea di legare la progressione di carriera ad un fantomatico concorsone.

Già il ministro Berlinguer era stato sostituito quando Prodi fu silurato, e il suo disegno riformatore aveva sempre meno padri.

C’erano docenti, ex presidi, ex militanti della CGIL passati a Forza Italia, che avevano attaccato direttamente Vertecchi perché troppo interessato all’uso dei test oggettivi.

Fu attaccato anche il lavoro dell’ONES sulle terze prove dell’esame di stato e il Corriere uscì con un articolo che ironizzava su questi volumoni (i repertori delle terze prove) che sarebbero stato uno spreco di carta dannoso per l’Amazzonia e per i piedi dei commissari se sfuggivano di mano.

Il nuovo Ministro ricevette il presidente Vertecchi immediatamente prima dei rappresentanti più autorevoli dell’amministrazione. Fu molto cortese ed attenta tanto che Vertecchi fu rinfrancato e in una telefonata mi rassicurò sul futuro dell’ente.

Questo accadeva prima dell’estate. Alla fine di agosto però fui chiamato al telefono dal direttore mentre ero in vacanza perché il Presidente doveva rapidamente consegnare la documentazione del monitoraggio degli esami di stato al sottosegretario.

Dissi che tutto il rapporto era disponibile in bozza nel mio ufficio e si poteva avere tramite una mia collaboratrice in quel momento in servizio. Dopo il colloquio con il sottosegretario, Vertecchi fu ricevuto anche dal capo di gabinetto il quale fece capire che il presidente dell’INVALSI non poteva assumere posizioni divergenti da quella del ministro. Poche ore più tardi il presidente rassegnò le dimissioni.

Completammo il lavoro ma nel giro di un anno con l’esaurirsi delle risorse a sue tempo destinate all’Osservatorio non ci occupammo più degli esami di Stato.

La terza prova era nata come un compromesso provvisorio in vista di una prova Invalsi capace di rimediare a quello che Visalberghi aveva scoperto negli anni settanta: l’esistenza di criteri differenziati per territorio nell’assegnazione dei voti di maturità. Noi avevamo cercato di diffondere strumenti operativi che rendessero il testing oggettivo accettabile e utilizzabile su vasta scala. L’impresa fallì, bastò un articolo del corriere e la battuta sul rischio di farsi male se il librone sfuggiva di mano. La resistenza della scuola ad adottare procedure verificabili socialmente, l’indisponibilità a crescere secondo linee dettate da una maggioranza politica in carica ha consolidato nel tempo un atteggiamento forse un po’ cinico e stanco per cui ben venga se sparisce una tipologia di prova scritta riguardante la storia, ben venga l’abolizione della terza prova, …

Non per nulla in questi giorni il lavoro dell’Invalsi viene ridicolizzato da destra e da sinistra, fatta fuori la terza prova, tornati ai saggi complessi, agli amati temi e alle traduzioni, ai problemi, ai progetti, anche questi maledetti quiz dell’Invalsi potrebbero essere eliminati visto che danno sempre gli stessi risultati.

Qui finisce il mio racconto in memoria della terza prova … e come in tutti i funerali che si rispettano si torna a casa con la bocca amara e un senso di vuoto nel cuore.

2 risposte a "In memoria della terza prova"

  1. Commento di Raffaella Cammarano su Facebook. Ricordo tutto quel periodo….aver eliminato la 3 prova significa (per me ) aver assecondato le lagnanze dei prof che si sono sempre rifiutati di 1. Progettare insieme con gli altri colleghi; 2. Negoziare un percorso di lavoro didattico interdisciplinare con gli altri colleghi; 3 Imparare a concepire prove “coerenti” con il lavoro effettivamente svolto in classe con i ragazzi; ….troppo troppo

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  2. Per tutti gli anni di scuola, almeno38, sia da docente che da preside eppoi dirigente, non ho mai mancato di partecipare alle sessioni degli esami di maturità.un lavoro defatigante,ma bellissimo. Consegnare ai giovani un attestato del lavoro di anni di scuola, di progressi comunque fatti, di crescita, di realizzazione, di aperture verso altre mete, lo sentivo sulla mia pelle e lo leggevo in tutti quegli occhi che mi guardavano,speravano,si proiettavano nel futuro, si interessavano essi stessi. Sentivo che quelle prove non potevano essere un metro esclusivo per poter decidere del futuro è neppure per chiudere tutto il percorso. Del resto da sempre nel mio percorso da docente, mi ero posto il problema della valutazione oggettiva, tanto dar iscrivermi ad altro percorso universitario sulla valutazione tenuto dal prof. Vertecchi. Gli anni di cui parla il prof. Bolletta, li ho vissuti tutti con grande intensità. Se mancò qualcosa a quella esperienza, non furono certamente i loro sforzi,ma la lontananza di chi avrebbe dovuto applicare le linee guida. Docenti ignari della docimologia, di schemi analitici ,di criteri condivisi neppure con gli altri colleghi della medesima disciplina…ancorati ancora all’interazione orale del domanda/ rispondi. Non era facile far passare nelle commissioni il famoso librone. Eppure quella era la strada. Ma accanto avrebbe dovuto partire una magnetizzazione nazionale per tutti i docenti sulla valutazione,su come costruire una lezione,come valutarla in base agli obiettivi dati. Sono certa che se l’invalsi non fosse stato azzerato, il percorso a ritroso verso le competenze didattiche, e non solo conoscenza della materia, si sarebbe appalesato in tutta la sua drammaticità. Grazie, comunque di aver aperto una breccia nel muro del problema. Molti docenti proseguirono da soli alla ricerca del metodo.

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