Il rosatellum e le candidature

In queste ore si consuma il rito della definizione delle candidature. I commenti sulle scelte effettuate dai partiti sono vari, in genere riflettono la posizione ideologica  della testata giornalistica rispetto alle formazioni politiche che si vuole appoggiare o danneggiare.

Parto da una osservazione forse banale ma che spiega ora il perché delle opposizioni a questa legge elettorale.

Il meccanismo previsto consente a ciascun partito di candidare un numero limitato di nomi circa il doppio dei posti disponibili per ciascun collegio elettorale plurinominale. Con un meccanismo piuttosto complicato, che ora non saprei illustrare in modo chiaro e convincente, i voti per la parte proporzionale sono sommati a livello nazionale in modo che il totale per una determinata lista sia fedelmente corrispondente alla percentuale di voti raccolti. In una fase successiva i posti in ciascuna camera vinti sono ripartiti tra tutti i collegi plurinominali e sono assegnati nell’ordine in cui compaiono i nomi nella lista in quel determinato collegio. Prima conseguenza, l’ordine in cui si compare nella lista è decisivo.

La seconda regola è che la legge consente le pluricandidature cioè lo stesso candidato può presentarsi in un solo collegio uninominale ma anche in più collegi plurinominali, se non ricordo male in cinque. Questo significa che se questa clausola delle pluricandidature non fosse utilizzata, l’insieme dei candidati messi in campo potrebbe essere il doppio dei posti disponibili per la parte proporzionale ma chi si trova al terzo o quarto posto della lista di collegio farebbe la bella statuina senza alcuna possibilità di essere eletto. Se invece si facesse un uso intensivo delle ripetizioni delle candidature i nomi che si possono mettere complessivamente nelle liste sarebbero molto meno addirittura potrebbero coincidere con i soli posti disponibili. In buona sostanza la legge consente alle segreterie di partito di decidere ora nel dettaglio i nomi degli eletti al prossimo parlamento, addirittura sarebbe facile con un foglio elettronico identificare la graduatoria a priori, rimarrebbe indeterminato solo il numero di quanti ne entrano alla fine, ma l’ordine di graduatoria è virtualmente prestabilito.

Questa strana situazione, vera per tutti i partiti nessun escluso, viene imputata solo alla voracità di potere di Renzi, di questo solo si parla mentre gli altri sembrano tutti dei santamariagoretti.

Ovviamente se i candidabili sono pochi gli esclusi sono tanti. Da qui le lagnanze più o meno manifeste o sotterranee. Ma proprio gli esclusi potrebbero essere la variabile fuori controllo che farà saltare le attuali previsioni dei sondaggi. Gli esclusi sono spesso militanti, traffichini, portaborse, uomini di peso influenti, vecchi consiglieri nelle miriade di organi rappresentativi periferici. Gli esclusi possono essere vecchi politici conosciuti e stimati. Quanti voti porterà via al PD l’esclusione di Bindi, quella di Manconi, quella di Cuperlo? tanto per fare qualche nome di quelli che ricordo a mente.

Chi ha concepito questa legge lo ha fatto in modo superficiale senza approfondirne le conseguenze pratiche e senza valutare i rischi per la democrazia. Se così è, se il cittadino ha la sensazione che i giochi siano fatti e che l’esito non dipenda dal suo voto, perché va a votare? se ne sta a casa dicendo ‘vedetevela voi’.

Quanto sarebbe costato consentire un voto di preferenza? questo avrebbe scatenato le campagne personali con quintali di bigliettini con i propri faccioni in primo piano? Questo rischio sarebbe fortemente mitigato se si fosse deciso che i parlamentari hanno una indennità di carica pari esattamente al compenso di un docente di scuola secondaria con 10 anni di anzianità o se si decidesse che il compenso è uguale al reddito medio degli ultimi tre anni di lavoro e con un massimale pari al compenso di un preside di scuola secondaria. Se così fosse ci sarebbero meno file per occupare quel posto e gli eletti sarebbero meno giovani e certamente più competenti.

Ma basta sognare, la china è pericolosamente scivolosa e sarà difficile riprendere un cammino democratico razionale e moderato.

Oltre al correttivo del voto di preferenza sarebbe opportuno decidere che tutti i vecchi eletti hanno diritto di essere ricandidati se lo chiedono e se sono rimasti fedeli nelle legislatura al partito di provenienza. Perché privarsi della competenza e della passione di uno come Manconi, perché umiliare il servizio di una donna come la Bindi, perché non sottoporre al giudizio degli elettori la figura di Cuperlo? Questo fatto renderebbe i parlamentari meno ricattabili dalle segreterie o dai padroni perché i loro giudici ultimi sono solo i cittadini elettori. Ma nessuno lo ha chiesto al momento opportuno perché i rapporti sono di potere e non sono regolati dagli ideali o dalla passione.

Un’ultima osservazione riguarda i LeU. Sono sempre più convinto che pochi avessero letto bene la legge elettorale rosatellum, o meglio l’hanno letta solo per dimostrarne lo scarso valore e per vittimeggiare senza cercare di sfruttarla per quello che realmente era e per le opportunità che offriva.

Primo grande errore è stato quello di fare una lista unica: somma e totale spesso non sono la stessa cosa. L’arcipelago che si voleva riunire era molto variegato ma sostanzialmente ad un certo punto le forze in campo erano tre impersonate da tre leader che gradualmente con la scelta della lista unica sono scomparsi a favore dell’immagine di Grasso che francamente non sprizza lampi di sinistra.

Il peso reale delle tre forze non era conosciuto e per formare una lista unica occorreva ricorrere alle primarie sul territorio che avrebbero veramente misurato le forze reciproche e mobilitato le persone che desideravano competere e collaborare. Purtroppo nessuno legge le mie elucubrazioni  e la formazione della lista unica è avvenuta con un processo di vertice che ovviamente somiglia molto alla procedura seguita da Renzi. Anche nel loro caso gli scontenti e i borbottii hanno animato la rete a discapito dell’immagine della nuova formazione.

Ma senza ricorrere alla lista unica e alle primarie sarebbe convenuto presentare tre liste separate e distinte. E’ evidente che a questo punto gli elettori considerano poco i programmi, sanno benissimo che nel prossimo quinquennio si farà ciò che è possibile fare, che la realtà dei problemi sarà più forte delle idee e dei desideri e che la vera differenza è dettata dal valore degli uomini e delle donne. Tre liste separate avrebbero consentito una varietà di proposte dei candidati molto più vasta e identitaria mobilitando un maggior numero di elettori.

Ma … purtroppo non sempre i politici leggono bene le leggi che approvano.

segue

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