Potere di interdizione

Se i docenti scioperano i ragazzi sono contenti, le famiglie un po’ meno ma si arrangiano. Se scioperano per 5 giorni gli autoferrotranvieri il disagio è ben maggiore e tutti si arrabbiano con i politici e gli amministratori che non assicurano un servizio adeguato alla popolazione. Il traffico impazzisce, il vecchietto non può andare dal medico, il lavoratore scopre che la città è una giungla invivibile.

Genova

Il disastro di Genova è stato solo in parte oscurato delle altre vicende politiche e dall’inondazione in Sardegna. Sì, perché penso che sia stato un momento grave per la nostra democrazia, o meglio un campanello d’allarme che ci dovrebbe scuotere e far pensare, così presi come siamo dalle vicende pruriginose del vecchio Berlusca con le giovani amanti, dai problemi di etichetta moralistica su donna Cancellieri, dalla spettacolarizzazione dell’avventura del gradasso, dalle inquiete e contraddittorie notizie dall’economia reale.

Statalismo contro liberismo

Ormai da almeno 30 anni viviamo, in modo più o meno accentuato, la contraddizione tra una visione statalista ed una visione liberale dell’economia e della società. Prima della caduta del muro di Berlino il confine tra i due sistemi era chiaro, con la fine del comunismo dell’Unione sovietica è sembrato che il libero mercato potesse regolare tutta la realtà garantendo efficienza e sviluppo attraverso l’individualismo dei singoli che cercavano il proprio tornaconto. Lo Stato, le amministrazioni pubbliche sono apparse gradualmente come dei pesi inefficienti che rallentavano la libera impresa, lo sviluppo della ricchezza individuale e collettiva. Quasi tutte le politiche dell’ultimo ventennio hanno cercato di tagliare, ridurre il pubblico affidando alla concorrenza privata il compito di produrre beni e servizi a costi sempre più bassi. In Italia questa tendenza ha dapprima investito la grande industria parastatale dell’IRI (quella per capirci che lo Stato aveva attivato dal fascismo in poi per contrastare la crisi del 29 e la successiva recessione) che è stata svenduta ai privati con gli effetti che vediamo in questi giorni. L’ILVA dei Riva è un residuo dell’Italsider, l’Alfa Romeo si è dissolta nella Fiat che si è dissolta in una multinazionale governata da uno svizzero-canadese. Lo stato per risparmiare ha bloccato le assunzioni ricorrendo sempre di più a una diffuso precariato di giovani in cerca di prima occupazione, le municipalizzate sono state privatizzate e quindi le centrali del latte, gli acquedotti, la manutenzione delle strade, l’illuminazione pubblica, la stessa vigilanza dell’ordine pubblico (le ronde leghiste) sono gradualmente passate in mani private. Le piccole e medie industrie private hanno cercato condizioni economiche più vantaggiose  in paesi più poveri e con meno diritti sindacali o in paesi con organizzazioni statali forti ed efficienti (comunismo cinese).

Servizi pubblici

Sono rimaste le attività che non possono essere delocalizzate, gli alberghi, l’agricoltura, i servizi alla persona, medicina, trasporti … educazione, difesa dell’ambiente. Tutte attività in cui il privato è presente solo per servizi rivolti ad una porzione ricca della popolazione che può pagare oppure per ricevere commesse garantite dal pubblico che diventa quindi solo un esattore di tasse per pagare a privati servizi che dovranno essere resi a tutta la popolazione.

La mano invisibile

Allora dove è il problema? Tutto va che è una meraviglia! La mano invisibile del libero mercato funziona sempre meglio anzi funzionerebbe ancora meglio se fossero tolti gli ultimi laccioli come sembra volere lo stesso Renzi e i personaggi che gli stanno dietro, o come sbraita Berlusca e i suoi accaniti antistatalisti radicali e ultraliberisti.

Il potere sindacale

C’è un intoppo grave, i sindacati, non quelli storici, quelli alla Di Vittorio e alla Lama ma quelli che faticano a far fronte ai sindacatini corporativi dei garantiti. I servizi pubblici non sono più in mano del pubblico, dei rappresentanti eletti da popolo, i politici ormai li abbiamo demonizzati, ridicolizzati sono così caduti in basso che non hanno nessuna autorevolezza per dirigere sistemi complessi e delicati come quelli pubblici. I servizi sono in mano agli addetti, ai dipendenti, che possono fare il bello e cattivo tempo tanto la colpa alla fine è sempre dei politici. Il deterrente principale contro lo sciopero è il prelievo dalla busta paga, è il rischio che la tua azienda possa fallire per cui le richieste sono un punto di equilibro tra la difesa dei tuoi diritti individuali e l’interesse ad avere in vita l’azienda in cui si lavora. Questo deterrente nel pubblico non funziona perché il pubblico non fallisce e non licenzia. I politici sono così deboli che non hanno il coraggio di far chiudere una azienda fallimentare. Il caso Alitalia è emblematico. Berlusconi sarebbe passato alla storia come un grande modernizzatore se avesse fatto fallire l’Alitalia, l’avesse lasciata sul libero mercato e le hostess avessero fatto l’esperienza di tutti i poveri cristi che perdono il lavoro nel privato. Non lo fece per un calcolo elettorale, vinse le elezioni con tanti voti ma si condannò al grigio tran tran della politica dorotea del tiramo a campare e sarà ricordato per altre cose.

Corporativismo

In una economia in cui gran parte delle attività seppur condotte da privati si sorreggono con il denaro pubblico, in una economia in cui molti servizi non ammettono la libera concorrenza come sistema regolatore, il potere di interdizione di chi con poco può determinare un danno immenso, diventa immenso e incontrollabile. Lì alligna la difesa corporativa del proprio particulare, lì c’è la possibilità di sradicare ciò che rimane della coesione sociale, non per nulla lì va il grasso giullare ad aizzare la folla dicendo di tener duro che quando se ne andranno questi politici corrotti finalmente tutto sarà risolto con un gigantesco vaffanculo.

Non sono ottimista sono preoccupato.

Le società avanzate complesse sono destinate al disastro se non escono da questa contraddizione: creare meccanismi regolatori in grado di correggere o integrare ciò che il libero mercato non può garantire. Le leggi e le regole non sono sufficienti, occorre ricostruire una tessuto sociale che dia senso allo stare insieme, occorre prospettare una visione condivisa di una direzione verso cui vale la pena di camminare in salita con fatica e impegno. Per questo penso che la visione neoliberista dei renziani sia inadeguata perché trascura di tener conto del potere di interdizioni di parti consistenti delle società mentre trovavo l’ipotesi di Barca molto convincente ( a proposito che fine ha fatto?) e trovo che il tentativo di Cuperlo di recuperare una identità comunitaria e plurale nel PD sia tra i tre candidati alla segreteria la più promettente.

Vale la pena di andare a rileggere un post di quasi un anno fa scritto mentre Monti si candidava.

3 thoughts on “Potere di interdizione

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